Un blog per condividere esperienze, idee, progetti, in un'ottica nonviolenta ed eco-sociale.

Eccomi

Utente: Ermes02
Nome: Ermete Ferraro
Napoletano, classe '52, sono sposato e ho tre figlie. Di formazione cattolica e nonviolenta,dopo la laurea in lettere mi sono diplomato in servizio sociale e sono stato impegnato per 10 anni come animatore socio-educativo ed assistente sociale. Da molti anni insegno lettere nella scuola media, dove mi occupo anche di problemi di disagio cognitivo e comportamentale. Tra i primi obiettori di coscienza, attivista nonviolento ed eco-pacifista, sono stato uno dei fondatori dei Verdi a Napoli, dove ho ricoperto (1987-97)il ruolo di consigliere/capogruppo circoscrizionale al Vomero - quartiere di cui sono stato anche il primo presidente 'verde'- e di consigliere e capogruppo nel Consiglio Provinciale (dal 1990 al '95). Sono stato coordinatore del circolo di Napoli e membro del coordinamento regionale della Campania dell'associazione Verdi Ambiente e SocietĂ  ONLUS. Di VAS sono attualmente Consigliere Nazionale e referente nazionale per l'ecopacifismo. A livello regionale,poi,sono componente dell'Esecutivo di VAS-Campania, come responsabile per la cultura. Ho svolto per 8 anni la funzione di Presidente e Coordinatore Sociale della FOCS (Fondazione Casa dello Scugnizzo ONLUS) di Napoli, di cui resto consigliere generale. Sono autore di svariati articoli e pubblicazioni. Visita: www.ermeteferraro.it

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domenica, 13 settembre 2009
IV GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO

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      “… è conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio laria - così necessaria per la vita - è inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra”. Se, però, prendiamo coscienza del peccato, che nasce da un rapporto sbagliato con il creato, siamo chiamati alla conversione ecologica, secondo lespressione di Giovanni Paolo II. […] Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra      è, dunque, una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra, che già ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici. Occorre, dunque, un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e delleconomia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrietà nei consumi […] uno stile di vita più essenziale, come espressione di una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro”.
Le parole citate – sulle quali esprimerò qualche osservazione – le ha pronunciate Benedetto XVI che, incontrando ad agosto il clero di Bressanone, ha rinnovato il suo appello “ecologico” in occasione della IV Giornata per la Salvaguardia del Creato (1° settembre ’09).
§         E’ molto importante che il Papa insista sulle conseguenze ecologiche e sociali derivanti dalla lacerazione di quelle “reti di relazioni con il creato” alla cui origine c’è il “peccato” , che a sua volta è frutto di un “rapporto sbagliato con il creato”.L’attuale “crisi ecologica”, in altre parole, non è una disgrazia incidentale e fortuita che purtroppo ci è capitata, ma il risultato di una visione predatoria dell’uomo sulla natura e di un rapporto di sfruttamento selvaggio delle risorse del Pianeta. L’uso del termine “relazione”, d’altra parte, mi sembra escludere una visione grettamente ed utilitaristicamente materialistica della realtà naturale –intesa come una “cosa” di cui appropriarci - ma lascia intravedere un vero e proprio rapporto con una pluralità e complessità di elementi biologici, governata dai principi dell’ecologia (interdipendenza, biodiversità, simbiosi…).
§         Ancora più importante mi sembra l’appello del Pontefice affinché la presa di coscienza di questo peccato non resti qualcosa di teorico, astratto o di relativo alla sfera della morale personale, ma conduca piuttosto ad una vera, tangibile, collettiva ed immediata “conversione ecologica”.  Il teologo mons. Ravasi ha chiarito in un suo acuto commento che i tre vocaboli che in lingua ebraica esprimono il peccato (hatta’ – awôn – pesha’)  rinviano ad una sfumatura di significati. Il “peccato” è un errore, un “aberrazione” che ci porta lontani da Dio e dal prossimo; è una deviazione tortuosa”, ma è anche una vera e propria “ribellione” della creatura nei confronti dei suo Signore e Creatore. Ecco allora che occorre quella “conversione” che gli ebrei chiamavano “shub”, cioè una netta e chiara inversione di rotta, che consenta all’umanità di rimediare al proprio “errore” e che corregga quella “deviazione” che nasceva dalla pretesa di ribellarsi all’ordine cosmico e alla signoria dell’autore del creato.
§         La “tempestività” richiesta nella riduzione delle emissioni che avvelenano irreversibilmente l’aria – l’elemento cui la Giornata 2009 è dedicata in modo specifico – non è presentata esclusivamente come una “precauzione” necessaria per tutelare la salute nostra e delle generazioni future dai cambiamenti climatici, ma anche come una risposta dovuta a quei “poveri della terra”che ne soffrono già da ora gli effetti devastanti sulla propria pelle. La salvaguardia del creato, ancora una volta, è presentata come strettamente correlata al principio di giustizia sociale e come esempio concreto di quella solidarietà che è alla radice di una pace fra gli uomini e di questi con la natura. Tale conversione deve essere per forza “tempestiva”, perché esige scelte immediate e non più rinviabili, che investono in primo luogo i governi, con provvedimenti strutturali, ma anche le comunità e la responsabilità – qui e ora - di ogni singola persona.
§         Occorre infatti, afferma il Papa, un “profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell’economia”,e quindi un cambiamento che parta dal basso, dagli stili di vita, e costringa la stessa economia a prendere atto di questa svolta radicale. Nel documento si parla di “essenzialità”, di “risparmio energetico” , di “sobrietà dei costumi” e di “disciplina della responsabilità”. Questo significa che il cambiamento auspicato non può essere né graduale né indolore, ma richiede la risposta a degli imperativi categorici, non una blanda e generica sensibilità ambientale. Ecco perché i Cristiani – e la stessa Chiesa – hanno il dovere di rinunciare a compromessi, scorciatorie e fittizie “compatibilità” e devono dimostrare nei fatti perché, come ammoniva già S. Giacomo apostolo, “…la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta “ (Gc. 2,18)
 

Postato da: Ermes02 a 19:05 | link | commenti
ambiente, beatitudini, dottrina sociale, politiche ambientali, comunitĂ  di fede, ecoteologia

sabato, 11 luglio 2009
CARITAS IN VERITATE

 
“Coniugare la carità con la verità” è l’intento che si è proposto S.S. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, il cui titolo capovolge l’espressione paolina “veritas in caritate” (Ef 4,15) e, seguendo questa parola d’ordine, affronta da tutti i punti di vista quel concetto di “populorum progressio” che Paolo VI ebbe il merito di analizzare già nel 1967.
1.      La prima questione affrontata dal Papa è il rapporto inscindibile tra carità cristiana e giustizia, nella convinzione che: “Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla carità » intrinseca ad essa.” (6). La ricerca del “bene comune”, infatti, comporta la giustizia perché: “La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale d’amore che vince il male con il bene”  (ivi). Il sottosviluppo, quindi, dipende dalla “…mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” visto che, argomenta il pontefice, “la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli” (19).A distruggere ricchezza e produrre nuova povertà, inoltre, contribuiscono certamente “l’esclusivo obiettivo del profitto (…) gli effetti deleteri di un’attività finanziaria…per lo più speculativa (…) la corruzione e l’illegalità” e qui Benedetto XVI non manca di additare un’altra causa paradossale d’impoverimento, ossia quegli “aiuti internazionali…spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori” (19-31-22). La verità, prosegue il Papa, è che purtroppo lo Stato ha smesso di svolgere il suo ruolo di garanzia sociale, dovendo “far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali”, e pertanto l’auspicio è un “meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri” che accresca “una partecipazione più sentita alla res publica da parte dei cittadini” in modo da superare “situazioni di degrado umano oltre che di spreco sociale” (24).
 
2.      Il secondo aspetto toccato dall’enciclica è quello del rapporto tra sviluppo e cultura. I due rischi estremi, quello dell’”eclettismo culturale” derivante da un diffuso relativismo e quello dell’ “appiattimento culturale e dell’omologazione degli stili di vita (…) convergono nella separazione della cultura dalla natura umana (…) Quando questo avviene, l'umanità corre nuovi pericoli di asservimento e di manipolazione.” (26) Il rispetto per la vita – aggiunge il Papa – è particolarmente importante, perché “l’apertura alla vita è al centro di un vero sviluppo” (28). Allo stesso modo va garantito il rispetto della libertà religiosa, se non si vuole incorrere nel “danno che il « supersviluppo »  procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal «sottosviluppo morale »…” (29) . Premesso che “la dignità della persona e le esigenze di giustizia (…) richiedono una nuova e approfondita riflessione sul senso dell'economia e dei suoi fini” (32), Benedetto XVI ricorda che “la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato” (35) ed ammonisce che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. (…) L'economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.” Bisogna perciò evitare di leggere in modo deterministico la stessa globalizzazione, di cui vanno corrette “ le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione (…) orientando “la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione” (42).
 
3.      L’articolata analisi del Pontefice passa quindi ad affrontare il delicato rapporto tra lo sviluppo dell’uomo e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera (…) La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a caso », bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per custodirla e coltivarla” (Gn 2,15).”(48). Bisogna evitare, ribadisce Benedetto XVI sia il neo-panteismo paganeggiante di chi considera la natura più importante della stessa persona umana… (sia)la sua completa tecnicizzazione, perché l'ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario (…) L'uomo interpreta e modella l'ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale ”(48). Il Papa, dunque, condanna severamente l’accaparramento delle risorse energeticheed auspica, al contrario, un netto miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione di energie alternative, stimolando una responsabilità globale che porti ad un governo responsabile della natura (…) con l'obiettivo di rafforzare quell'alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» In questo ambito, particolare importanza ha l’adozione di nuovi stili di vita(49-50). L’enciclica entra successivamente in un ambito fondamentale: il rapporto tra sviluppo e pace:Ogni lesione della solidarietà e dell'amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. (…)Inoltre, quante risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L'accaparramento delle risorse, specialmente dell'acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull'uso delle risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate…”. (51)
 
4.      Il documento passa poi a delineare un modello di società più equa e solidale che veda la ‘famiglia umana’ impegnata in un discernimento cui la fede cristiana può fornire le indispensabili basi etiche, evitando gli opposti atteggiamenti laicisti e fondamentalisti cui assistiamo si solito, in quanto: “…l'esclusione della religione dall'ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l'incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell'umanità…” (55-56). Questa “collaborazione feconda tra credenti e non credenti” è il primo punto fermo, cui segue la proposta di una visione complessiva in cui “…il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa(58). Quanto poi alla “cooperazione allo sviluppo”, il Pontefice ammonisce i paesi c.d. “sviluppati” a non utilizzare gli “aiuti” per ribadire una loro “presunta superiorità culturale” e come uno strumento per “…mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato” (58). D’altronde, aggiunge Benedetto XVI:  “Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c'è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata…” (59). L’unica molla della cooperazione internazionale, quindi, deve essere soltanto la solidarietà sociale, discorso strettamente connesso con quello delle migrazioni, fenomeno molto complesso sul piano economico, sociale e culturale, ma che richiede comunque un approccio umanitario e solidaristico. Ecco perché il Papa sottolinea con forza che: “…tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione…” (63). Una società più equa e solidale, prosegue l’enciclica, non può non tener conto del “nesso diretto tra povertà e disoccupazione” e perciò il Papa lancia un appello: “ per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente » e richiama le stesse organizzazioni sindacali “…alla loro necessaria azione di difesa e promozione del mondo del lavoro, soprattutto a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la cui amara condizione risulta spesso ignorata dall'occhio distratto della società…” (64). Tra le caratteristiche di una società diversa, ma già in parte presenti ed operanti, il Papa ricorda alcune significative esperienze, quali quella della microfinanza (65) e le battaglie incentrate sulla responsabilità sociale del consumatore (66), strettamente collegata a quella sobrietà cui più volte la Chiesa ha richiamato i Cristiani. Un ulteriore pilastro di questa alternativa è, per Benedetto XVI, la necessaria ed irrimandabile “… riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale”  dal momento che urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale (che) dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all'ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.” (67)
 
5.      All’impropria e semplicistica identificazione dello sviluppo con il progresso tecnologico è dedicata l’ultima parte dell’enciclica “Caritas in veritate”.  La tecnica – spiega Benedetto XVI – non può essere fine a se stessa. ” Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità. (…) Ma la libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale…” (68-70). La stessa costruzione della pace – aggiunge il Papa – rischia pericolosamente di essere “…considerata come un prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici”, con l’aggravante che questo processo diventa una forzatura tutt’altro che pacifica, nella misura in cui spesso trascura di “… sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese…” (72). Oltre che dall’“assolutismo della tecnica”, un altro rischio deriva anche dalla “accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale”, laddove non siano un autentico strumento di promozione umana e sociale, nonché da quel “riduzionismo neurologico”, che semplifica materialisticamente la complessità della natura umana, mortificandone la crescita spirituale (76) e bloccandone lo slancio verso un “umanesimo integrale”.
 
Da questo rapido, ma non superficiale, excursus dell’ultima enciclica della massima autorità spirituale del cristianesimo cattolico mi sembra che emerga una visione certamente non nuova, ma sicuramente coerente ed alternativa della prospettiva sociale per i credenti del XXI secolo. Che non si tratti di qualcosa di nuovo si evince dall’impostazione dello stesso Benedetto XVI, che ci tiene a ribadire il legame che lo lega alla tradizione sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 fino ad oggi, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIIII (1963), la Populorum Progressiodi Paolo VI (1967) e la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II (1987).
Che si tratti di una silloge assolutamente originale e innovativa della dottrina sociale cattolica, peraltro, si ricava dal richiamo continuo all’attualità e particolarità dei problemi e dei fenomeni che costituiscono il terreno su cui la fede deve cimentarsi, coniugandosi con la ragione e non limitandosi a promuovere la “carità” senza il richiamo ad una “verità” rivelata e stabile.
Al di là di qualche residua compiacenza antropocentrica e di un’affermazione del progresso come crescita, che onestamente non mi sento di condividere (secondo la quale: “La vocazione al progresso spinge gli uomini a « fare, conoscere e avere di più, per essere di più »…”(18) ) ritengo che ci troviamo di fronte ad una proposta significativamente alternativa e, nei fatti, molto più innovativa di tante fumose ed ambigue analisi di una sinistra che ha perso le proprie coordinate e che sta scontando la propria incoerenza opportunistica, travestita da “Realpolitik”.
L’analisi dell’attuale momento storico e della società presente è svolta con lucidità e consapevolezza dei problemi: basti pensare a questioni come quella del bene comune”, contrapposto al profitto assurto a unica motivazione di un’economia sempre più speculativa e finanzia rizzata; al giudizio sulla globalizzazione come fonte di omologazione culturale e di crescita delle disuguaglianze socio-economiche, oppure all’importanza degli stili di vita per una società più sobria, giusta e rispettosa della natura.
Quello che mi sembra ancora più importante è la proposta in positivo – e nell’ottica cristiana – di un modello di sviluppo alternativo, il cui obiettivo sia quello di una società equa, solidale, pacifica ed autenticamente umana. Le coordinate di questa proposta, infatti, possono così essere sintetizzate: 
  1. Collaborazione tra credenti e non credenti vs laicismo e fondamentalismo;
  2. Ruolo dei pubblici poteri per ristabilire il “bene comune”la giustizia vs preponderanza del profitto economico-commerciale e finanziario;
  3. Sviluppo caratterizzato da relazionalità, comunione e condivisione vs “supersviluppo” che porta con sé un “sottosviluppo morale”;
  4. Rapporto corretto e responsabile tra sviluppo umano e salvaguardia dell’ambiente naturale, a partire da “nuovi stili di vita” vs tecnocrazia, sfruttamento ambientale ed accaparramento delle risorse vitali ed energetiche;
  5. Solidarietà sociale, cooperazione autentica, lavoro “decente” e rispetto dei diritti dei migranti vs lavoro sfruttato e/o precario e “mercificazione” e mancata tutela dei migranti;
  6. Umanesimo integrale vs assolutismo della tecnica, riduzionismo “neurologico” e mortificazione della dimensione spirituale.
Non si tratta del “manifesto” di una nuova rivoluzione, ma solo perché la vera rivoluzione è già stata proclamata 2009 anni fa da quel Gesù di Nazareth che ci ha portato la “buona notizia” di un Dio che si fa uomo per farci diventare come Lui. Concluderi con un’ultima citazione dell’enciclica: “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.(…) Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio…”
 
 
 
 
 
 

Postato da: Ermes02 a 16:38 | link | commenti
morale, enciclica, dottrina sociale, comunitĂ  di fede, ecoteologia

venerdì, 22 maggio 2009
ELEGANTEMENTE SEMPLICI

sfrancescoFOL2Sull’ultimo numero di Resurgence” (la bella rivista ambientalista inglese che ospita contributi di studiosi del calibro di Fritjof Capra, James Lovelock, Noam Chomsky, Vandana Shiva…), Satish Kumar – che ne è il direttore – ha scritto un editoriale dal titolo “Elegante semplicità”.
Il nocciolo del problema,  di cui peraltro si occupano vari articoli di questo numero della rivista (254 * May June 2009), è l’esigenza di resistere alla schiavitù delle tendenze e delle mode, considerate giustamente come l’antitesi della sostenibilità, in quanto causa di problemi economici ed ambientali.
Viceversa, argomenta Kumar: “la semplicità è parte della ‘saggezza perenne’ promossa da molti grandi pensatori ed utopisti. […]La semplicità è una qualità positiva: quando le cose sono semplici sono ben fatte, durano indefinitamente, sono fatte con piacere e danno piacere quando sono usate. E’ stato E. F. Schumacher a dire: ‘Qualsiasi stupido può fare cose complicate, però ci vuole un genio per fare cose semplici’…”
Ecco, appunto: siamo effettivamente circondati da pazzi che creano cose e situazioni complicate ed intricate, dalle quali non riusciamo più a liberarci e di cui diventiamo irrimediabilmente schiavi. La moda e la tirannia di ciò che ‘fa tendenza’ sono solo due aspetti di una generale visione distorta della vita e delle sue priorità. Il fatto è che la nostra società, in nome del benessere e della libertà, ha generato mostri che minacciano ogni giorno il nostro benessere psicofisico e ci privano della libertà di essere noi stessi.
La semplicità, osserva Kumar, richiede meno egoismi, complicazioni e preoccupazioni per le apparenze e, invece, più immaginazione e creatività ed una maggiore attenzione alla sostanza delle cose. Naturalmente la maggior parte delle persone sono convinte che una società avanzata e sviluppata debba necessariamente avere certe caratteristiche e che i problemi personali, sociali ed ambientali che abbiamo davanti agli occhi siano soltanto spiacevoli effetti collaterali di un inarrestabile e lineare progresso.
La verità – benché difficile da digerire – è che i nostri attuali stili di vita, orientati al consumismo e a mode effimere, sono oggettivamente alla base della triplice crisi del nostro tempo, che investe non solo l’ambito ecologico, ma anche quello socio-economico e spirituale. Lo sfruttamento intensivo e contro natura delle risorse del nostro pianeta, infatti, provoca catastrofi ambientali, ma è fonte anche di povertà ed ingiustizia e sta minando le basi stesse di una convivenza basata su valori etici che rendano la vita degna di essere vissuta ed impediscano agli esseri umani di sentirsi soli ed infelici.
Non è un caso che le principali religioni stiano ponendo nuovamente al centro del loro messaggio di rinnovamento e di speranza valori come l’umiltà, la semplicità e la sobrietà, indicandoli come il solo antidoto ad una crisi planetaria, ma anche interiore e comunitaria.
“La moderazione non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità – ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata della pace 2009 – E’ ormai evidente che soltando adottando uno stile di vita sobrio , accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.”
Anche se a molti non piace sentirselo dire, bisogna allora insistere sul fatto che l’attuale crisi di un’economia e di una finanza artificiali e drogate ci sta dando, suo malgrado, la possibilità di non persistere diabolicamente nell’errore, ma di perseguire un’autentica conversione a U, in direzione di un modo di vivere più sano, più giusto e più semplice, riscoprendo la bellezza delle cose naturali e dei rapporti diretti e solidali.
A tal proposito, segnalo che a Napoli è iniziato oggi – e proseguirà fino a domenica 24 – il VI convegno per la formazione e l’impegno sociale dell’O.F.S. (Ordine Francescano Secolare), dedicato significativamente al tema: “Francescanamente per il Bene Comune. Le responsabilità e il contributo della politica”.   
 

Postato da: Ermes02 a 18:42 | link | commenti
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venerdì, 12 settembre 2008
SOBRIETA’, ESSENZIALITA’ E GIUSTIZIA

                                                         di Ermete Ferraro

 

In occasione della III Giornata per la Salvaguardia del Creato - che la Chiesa Cattolica ha collocato il I settembre - i Vescovi italiani hanno predisposto e stanno diffondendo un messaggio sul quale vale la pena di soffermarsi, per riflettere su un aspetto spesso poco conosciuto del magistero papale ed episcopale.

Ecco perché mi sembra opportuno sottolineare alcuni aspetti fondamentali di questo terzo messaggio dei Vescovi, intitolato significativamente Una nuova sobrietà per abitare la Terra”.

 

1.      Il primo concetto è che il pianeta è una casa (oikos > eco-), che abbiamo il dovere di abitare responsabilmente, custodendola per le future generazioni. Non si tratta certo di qualcosa di nuovo, e non a caso riprende le parole molto simili di Benedetto XVI per la Giornata della Pace 2008, richiamando nuovamente anche la bellissima espressione di S. Francesco “nostra sora madre terra”. La responsabilità del credente si esercita soprattutto verso chi oggi è deprivato delle risorse essenziali e, in prospettiva, verso coloro verso i quali abbiamo il dovere di conservare una Terra che resti madre e non matrigna. Un modello di vita anti-ecologico, ne consegue, è anche un modello di vita iniquo e contrario allo spirito evangelico.

2.      La seconda idea è che la responsabilità ambientale dei cristiani è certamente un preciso dovere di giustizia, da coniugare sia al presente, verso tutta l’umanità  (in particolare verso i poveri della Terra), sia al tempo futuro, nei confronti dei figli dei nostri figli. Questa stessa responsabilità ecologica, d’altra parte, è anche un preciso dovere verso Chi ci ha affidato (in custodia e non in gestione…) un pianeta che va sì tutelato perché fonte di vita, ma anche “rispettato”, salvaguardando quella “meravigliosa diversità” che ne costituisce la stessa impronta divina.

3.      Il concetto centrale del messaggio della CEI è che la responsabilità ambientale non è solo questione di interventi, azioni, nuovi apporti tecnologici e scientifici, ma di “comportamenti e stili di vita”. Ovviamente nessuno nega l’importanza dei primi, ma senza una vera e propria “conversione ecologica” non potremmo cogliere la radice del problema, che affonda in un ben preciso “sistema economico”. Esso, scrivono i Vescovi, “…più che a soddisfare bisogni vitali, mira a suscitare e incentivare il desiderio di beni diversi e sempre nuovi. Molti vedono in tale dinamica un segno di benessere, che arricchisce le esistenze di coloro che ne beneficiano. È innegabile, però, che il suo impatto ambientale sta diventando insopportabile per il pianeta e per l’umanità che lo abita, imponendone il ripensamento radicale”.

4.      Questo “radicale” mettere in discussione il concetto stesso di “benessere” mi sembra che costituisca  l’elemento innovativo di questo messaggio, che pur si richiama a molti e qualificati interventi precedenti del magistero papale, in particolare di Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI. Il modello di sviluppo attuale, in effetti, contrabbanda come processo di arricchimento qualcosa che non ha niente a che vedere con il conseguimento del “benessere” e col soddisfacimento dei veri “bisogni”. Esso, al contrario, innesca solo un perverso meccanismo che “incentiva il desiderio di beni diversi e sempre nuovi”, impoverendo al tempo stesso “il pianeta e l’umanità che lo abita”.

5.      Che non si tratti di una generica “predica” ai fedeli è dimostrato dal fatto che, oltre a contestare sul piano teorico il falso concetto di “ricchezza” cui siamo ormai assuefatti, i Vescovi chiariscono che la proposta “sobrietà” non è solo una virtù personale del credente, ma la soluzione vera al disastro ambientale. Essa, infatti, è capace di “…conciliare una buona qualità della vita con la riduzione del consumo di ambiente”, riducendo i propri consumi a quelli “realmente necessari”, naturalmente dopo aver imparato a scoprire quali sono i “bisogni essenziali della vita  individuale e sociale”.

6.      “Solo adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle risorse, sarà possibile instaurare un ordine giusto e sostenibile” – insistono i Vescovi. Questa “conversione” dei cristiani non ha solo una dimensione di giustizia e d’impegno ecologico verso il Creato, ma è dettata da un’autentica “spiritualità eucaristica”. La parola greca “eucharistìa” , infatti, significa “ringraziamento” e l’unico modo che abbiamo per ringraziare Dio creatore “…promuove[ndo] l’apprezzamento e la gratitudine per quanto ci è dato” è  “…gustare con sapienza la densità dei beni della creazione, senza cedere alla tentazione che induce a volerne sempre di più.

7.      Una “società dei consumi” come quella attuale è insostenibile anche perché diventa fatalmente una “società dei rifiuti” e dello spreco. Vanno bene e sono auspicabili tutti gli interventi scientifici e tecnologici volti a ridurre l’impatto ambientale, migliorando l’efficienza e riducendo i consumi energetici, si afferma nel messaggio della CEI. E’ evidente però che la “sobrietà” dei cristiani non può limitarsi a ricorrere passivamente a questi accorgimenti, senza sforzarsi di cambiare profondamente lo stile di vita che è alla base del problema. Ecco perché va benissimo il riciclaggio di rifiuti raccolti in modo differenziato, ma solo se si punta a ridurne la quantità e a rendere più “durevoli” ed “essenziali” tutte le merci. In caso contrario, concludono efficacemente i Vescovi,  i rifiuti continueranno a segnare una “traccia praticamente ineliminabile…del rapporto distorto con la Terra”.

 

Ritengo che queste osservazioni e proposte sono troppo importanti per essere ignorate dai credenti oppure relegate alla meditazione occasionale di una “giornata” specifica e tematica. Con esse, infatti, mi sembra cha ai cristiani si richieda molto più di una correzione di rotta, cioè  quell’evangelica “metànoia” che corrisponde solo ad una conversione profonda e radicale.

Mi sembra “segno dei tempi” anche il fatto che, mentre l’unica differenza tra destra e sinistra in tema di “sviluppo” resta una sempre meno percepibile diversità nella sensibilità verso l’equità socio-economica e la tutela ambientale, proprio dalla Chiesa parta un appello concreto e non equivoco a quella “decrescita” che è stata finora la parola d’ordine di una minoranza perfino all’interno del mondo ambientalista.

Certo, il messaggio episcopale parla opportunamente di “sobrietà” e ne sottolinea la profonda carica evangelica ed il legame con un’antica tradizione, contaminato dalla gramigna del consumismo e dello sviluppismo di cui esso è l’ovvia conseguenza. Ma - in buona sostanza e fatta la tara dei molti “se e “ma” che in ambito cattolico già si vanno aggiungendo a questo messaggio – si tratta di un appello che non può essere lasciato cadere nel vuoto e tanto meno può ridursi a mera esortazione moralistica.

Un rapporto “più rispettoso e armonioso col Creato” non è indipendente da una relazione più “armoniosa e giusta” con i fratelli e da un rapporto di autentica“gratitudine” verso il Padre. Ecco perché i cristiani sono interpellati con molta decisione e devono rispondere con altrettanta autenticità a questo appello alla “sobrietà”, non come virtù accessoria ma come imperativo categorico.

 

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ecoteologia

lunedì, 21 aprile 2008
EARTH DAY 2008

CHE IL "GIORNO DELLA TERRA"

NON DURI…UN GIORNO.

                                                  di Ermete Ferraro

Il 22 EarthLove2 aprile, a partire dal 1970, si celebra il “Giorno della Terra”, promosso ed organizzato dall’ Earth Day Network (EDN), la quale ha costruito in questi 38 anni d’impegno ecologista una rete che raccoglie 17.000 organizzazioni in 174 stati.  La mission di E.D.N. consiste nel: “…far crescere e diversificare il movimento ambientalista a livello mondiale, e di mobilitarlo come un più efficace veicolo per la promozione di un pianeta sano e sostenibile. Perseguiamo la nostra finalità istitutiva mediante l’educazione, l’impegno politico, eventi e l’attivismo dei consumatori”.

Nel documento citato , si precisa che uno degli obiettivi perseguiti da questa organizzazione-ombrello è quello di allargare il concetto stesso, e quindi la definizione, di “ambiente”, per includervi tutte le questioni che toccano la nostra salute, le comunità ed il loro ambiente di vita, come ad es. “…l’inquinamento delle acque, il degrado degli edifici scolastici, i trasporti pubblici, l’accesso al lavoro, le crescenti percentuali di malattie come l’asma ed il cancro, l’assenza di finanziamenti per parchi e spazi ricreativi…” , come chiaramente indicato nel documento dal titolo “Urban environment Report” . Ebbene, anche in Italia sarà celebrata questa data del 22 aprile per sensibilizzare grandi e piccoli all’acquisizione di una coscienza ecologica che non si limiti ad una confusa e generica consapevolezza dei rischi che l’umanità sta affrontando a causa del suo pessimo rapporto con l’ambiente naturale, ma giunga a dare a ciascuna persona – e quindi ad ogni comunità – concrete indicazioni teoriche e strumenti pratici per una vera e propria “conversione ecologica”, a tutti i livelli.

Il rischio ambientale peggiore, infatti, è che si continui ad oscillare sterilmente tra quelle due opposte concezioni – che in tempi non sospetti Umberto Eco definiva “apocalittici” e “integrati” – in base alle quali il nostro rapporto con l’ambiente è ormai irrimediabilmente compromesso o, al contrario, non esiste una questione ecologica che non possa essere risolta adeguandosi alle nuove realtà socio-economiche ed ambientali e, soprattutto, che non si possa risolvere usando al meglio la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.

Nel suo dossier-natura “Una perla preziosa”, pubblicato sulla rivista “Messaggero di Sant’Antonio” (aprile 2008), Mario Tozzi (noto geologo, ricercatore e giornalista TV) ci conduce per mano a scoprire come vivere secondo natura è molto più facile e…naturale di quanto possa sembrarci, avvolti come siamo dagli inutili ed ingombranti incarti di una civiltà sprecona, energivora e fondata sul dominio più che sull’uso delle risorse. “Sopravvivere al limite”, spiega Tozzi, è stato per millenni il vero problema per tanti esseri umani, costretti a resistere con tutto il proprio ingegno ad un ambiente spesso sfavorevole e, in certi casi, lo è ancora oggi per tante comunità che devono adattarsi ad una natura poco ospitale.

Al polo opposto, ci sono milioni di uomini che stanno letteralmente depredando la Terra, di cui pur sono figli, e che ormai sembrano non poter fare a meno di uno stile di vita assurdo ed irrazionale. Mario Tozzi fa riferimento, in particolare, al nostro modo di abitare e di vivere quotidianamente e commenta: “Ad osservarle bene, le nostre case di occidentali ricchi sono un monumento al paradosso energetico e non direi neppure che sono veramente tecnologicamente avanzate” . Dopo aver elencato una serie di provvedimenti da lui stessi assunti per rendere meno pesante l’impronta ambientale della sua stessa casa, a partire dall’eliminazione di ogni spreco energetico, egli ci indica nel paragrafo "Alla ricerca della sobrietà" il modo più idoneo per migliorare – e al tempo stesso rendere più efficiente – quel nostro microcosmo “sprecone oltre ogni misura”.

Anche la scuola – come la casa – è per tanti di noi l’ambiente di vita quotidiano: il nostro vero “oikos” , dal quale dobbiamo necessariamente partire per fare “oiko-logìa” più che per parlarne accademicamente quanto inutilmente. Non è certo un caso che uno dei punti qualificanti del programma proposto da E.D.N. sia proprio quello dedicato non solo all’educazione ambientale – che troppo spesso noi italiani consideriamo come una pura e semplice aggiunta al curriculum scolastico, una materia in più da far studiare – bensì un vero e proprio percorso di formazione alla consapevolezza ecologica e di sperimentazione di un modo alternativo di vivere e di consumare. Basta cliccare sulla pagina “Green Schools” del sito di E.D.N., infatti, per accedere ad un accattivante itinerario di conoscenze e di azioni, di saperi e di competenze, per rendere “più verdi” le nostre scuole. Si va dall’informazione per rendere più sana la refezione scolastica alle indicazioni per il vero e proprio “curriculum” degli studi; dalle nozioni di base di educazione civico-politica a quelle sulle attività ludiche e ricreative più adatte.

Partire da questo microcosmo domestico e scolastico mi sembra davvero una buona idea per celebrare anche questo “Earth Day”, ma credo anche che non sia il caso di perdere di vista le nostre priorità più ampie ed i valori su cui esse di poggiano. Ecco perché, se è opportuno che ognuno faccia la sua parte dove meglio e più riesce ad ottenere dei risultati tangibili, penso che non è possibile fare a meno d’interrogarsi sul nostro ruolo di esseri umani su questa Terra sempre più minacciata da chi dovrebbe sentirsene figlio. Se è vero che “Adàm” (“uomo” in ebraico) è solo il maschile di “Adamà” (cioè “terra” nella stessa lingua), dobbiamo seriamente chiederci perché siamo giunti al punto da rinnegare questo vincolo che ci lega ad essa, come figli ad una madre.

Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-23), ci ricordava l’articolo di Dario Bossi su “Ecologia e Missione” su “Comboni-fem” dello scorso Marzo, citando San Paolo e stimolando chi è credente a non considerare l’ecologia una disciplina scientifica da studiare, ma piuttosto un “nuovo paradigma per interpretare il mondo”. Come ci ammonisce il teologo Leonardo Boff, il vero credente è chiamato a recuperare il valore sacro delle “relazioni” che ci legano alla Terra, rifacendosi alla fisica quantistica, secondo la quale tutto è strutturato in campi di energia interattivi, per cui ogni parte resta costantemente in comunicazione con il tutto.

E’ il solo modo perché i Cristiani si decidano davvero a comprendere, con la mente – ma anche col cuore e con la volontà – che il “giorno della Terra” viene tutti i giorni e che la sua “liberazione” procede di pari passo con quella dei tanti esseri umani di cui il Signore dice, nel libro dell’Esodo (3,7-8): “Ho udito il grido del mio popolo. Per questo sono sceso a liberarlo”, versetto che Boff così parafrasava nell’articolo citato: “Ho udito un silenzio preoccupante, innaturale. Per questo sono sceso, per restituire voce e vita a questa terra ferita”.

Buon “giorno della terra” a tutti !   

 

Postato da: Ermes02 a 19:44 | link | commenti
politiche ambientali, ambiente urbano, ecoteologia, giorno della terra