
DI ERMETE FERRARO
CONVERDIAMOCI !
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The 10 Key Values of the U.S. GREENS
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The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
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The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
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Saggezza ecologica
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Saggezza ecologica
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Giustizia sociale
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Giustizia sociale
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Giustizia sociale
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Democrazia dal basso
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Libertà attraverso l’Autodeterminazione
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Democrazia partecipativa
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Nonviolenza
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Nonviolenza
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Nonviolenza
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Decentramento
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Economia Comunitaria
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Femminismo
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Eguaglianza di genere
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Rispetto della Diversità
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Diversità
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Rispetto della Diversità
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Responsabilità personale e globale
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Responsabilità Ambientale
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Sostenibilità verso il Futuro
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Sviluppo sostenibile
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Sostenibilità
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# 1 - Alle radici dell'essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
# 2 - Affondare o rifondare i Verdi?
L'ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L'obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09]. Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale...” [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d'ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo - mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico - come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 - La globalità dell'alternativa ecologista
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell'integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
(c) 2009 Ermete Ferraro
Conosco e stimo il prof. Amato Lamberti, docente a Sociologia della Federico II ed ex-presidente della Provincia di Napoli. Le nostre strade si sono più volte incrociate in questi ultimi vent’anni. Oltre a condividerne l’interesse ad approfondire il tessuto sociale che sta dietro i fenomeni criminali che caratterizzano la Campania, ho sempre apprezzato la sua capacità di coniugare l’impegno di docente e di ricercatore con la volontà d’incidere in prima persona sul terreno amministrativo e politico, in un movimento alternativo e propositivo come quello dei Verdi degli anni ’80.
Su
Facebook – dove ci siamo incontrati di nuovo in tempi recenti – Lamberti ha lanciato ora un’iniziativa, utilizzando una delle pagine tematiche di quest’affollata
community, per proporre una sorta di
cantiere in cui provare a costruire insieme una
“casa della solidarietà”.
L’intento è raccogliere intorno a questo denominatore comune (già nei termini contraltare alla berlusconiana “casa della libertà”) tutti coloro che “…ancora credono che ‘un altro mondo è possibile’ e che […] vorrebbero con le loro idee, le loro proposte, le loro iniziative, rendere migliore e più giusta la società, realizzando se stessi e i loro sogni, in tutti i campi. Coloro che si battono per l'energia pulita, per l'aria pulita, per l'acqua sana e nelle mani della gente, per fermare il consumo dissennato del territorio,per una industria responsabile, per uno sviluppo sostenibile.”
Ovviamente ho subito aderito a questo nuovo gruppo di discussione su FB, sia perché ne condivido largamente le finalità, sia perché mi sembra che questo momento particolare della storia politica italiana – che vede ulteriormente messo a rischio il pluralismo e quasi azzerata la capacità propulsiva dei movimenti antagonisti a questo sistema economico e di potere – richieda iniziative coraggiose anziché inutili lamentazioni, imprecazioni o recriminazioni.
E’ pur vero, d’altra parte, che questo penoso capitolo non può essere sbrigativamente liquidato, senza tentare un’analisi dei fattori che hanno determinato tale sconfortante risultato, esaltando sempre più l’individualismo cinico e baro dei ‘valori’ finanziari e condannando alla semi-estinzione ogni tentativo di porre al centro ben altri “Valori”, per dimostrare che“un altro mondo è possibile”.
I soggetti cui Lamberti lancia questo appello sono: “…non solo i delusi del mondo della sinistra e dell'ambientalismo, ma tutto il mondo dell'associazionismo laico e cattolico che tutti i giorni combattono per vedere riconosciuti i pieni diritti di cittadinanza ai soggetti più deboli ed emarginati…”.
Come potrebbe non sottoscrivere queste parole uno come me, che da trent’anni si è dato da fare per testimoniare in prima persona un’alternativa nonviolenta, ambientalista, eco-sociale e di sviluppo comunitario dal basso? Mi sento perfettamente inquadrato nel target ideale della sua proposta, sia come educatore ed operatore sociale di base, sia come attivista eco-pacifista che ha speso dieci anni per affermare non solo una politica ecologica, ma anche un’ecologia della politica.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince del tutto. Non è certo la denominazione scelta per questa proposta, che stranamente riprende proprio il titolo che io stesso diedi, parecchi anni fa, al progetto che sintetizzava l’azione sociale della storica “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, dove ho a lungo operato e di cui ho avuto l’onore e l’onere di essere presidente per otto anni.
E’ piuttosto il termine “cantiere” che mi lascia un po’ freddo, forse perché mi ricorda esperienze simili, quasi sempre deludenti e spesso strumentali, di convergenza di aree politiche diverse in un soggetto elettorale, per far fronte all’ennesima “batosta” e/o diaspora.
Mi lascia perplesso anche l’appello al mondo di un generico “associazionismo”, che in questi ultimi vent’anni – come Lamberti sa bene – si è geneticamente modificato, diventando un contenitore indifferenziato dove trovano posto volontariato e impresa sociale, aziendalismo cooperativista e opportunismo da furbetti del quartierino.
Mi sbaglierò, ma anche l’appello a chi cerca di “rendere migliore e più giusta la società” e a chi persegue “uno sviluppo sostenibile” mi suona un tantino generico e “politically correct”, forse per abbracciare il maggior numero di soggetti, a scapito però di un’indispensabile chiarezza.
La prospettiva d’una società solo un po’ più giusta e sostenibile – mi permetto di osservare a chi, come Amato, sa bene che non sono un estremista – rischia di avallare l’idea che, tutto sommato, non sono affatto necessarie svolte significative e scelte nette. Lo stesso concetto di “sviluppo economico sostenibile” è una specie di ossimoro, perché senza una vera “decrescita” e senza un modello profondamente alternativo di sviluppo umano e comunitario non cambia nulla.
L’altro mondo possibile – di cui parla Lamberti – non può essere che un mondo “altro”, fondato su valori e priorità del tutto opposte a quelle correnti. La stessa “solidarietà” – mi consenta l’amico Lamberti – non è una merce acquisibile come le altre, ma nasce da una logica alternativa a quella del mercato e dell’interesse individualistico che il liberismo ci ha abituati a considerare normale.
Sappiamo bene, infatti, che i soggetti non nascono “deboli ed emarginati”, ma sono resi tali da una società che esalta fanaticamente l’affermazione dei “vincenti” e che scarta impietosamente i “perdenti”, come se fossero le inevitabili “scorie” di un irrefrenabile processo evolutivo.
Un’altra piccola nota vorrei farla sull’uso un po’ convenzionale dei termini “laico e cattolico”, a proposito dell’universo dell’associazionismo cui il gruppo fa appello. Da cristiano-cattolico devo dissentire da questa banale e stantia contrapposizione, che non tiene conto né del fatto che i vari soggetti politici provenienti dal cattolicesimo hanno scelto da decenni la laicità come valore e che, in ogni caso, essere “laici” non significa smarrire le proprie radici ed i propri valori fondamentali, bensì affermarli nel rispetto del pluralismo di una società democratica e multiculturale.
Ciò premesso, ribadisco il mio sincero interesse per un confronto che non si fermi alla virtualità di una comunità della Rete, ma cominci a far dialogare persone in carne ed ossa e, perché no, gruppi che vogliano aderire a questo positivo richiamo a “fare rete” sul territorio, prima che nei cartelli elettorali.
Rieccoci alle elezioni. Le più fiacche, banali e sconclusionate degli ultimi decenni. Orfane d’idee, di un dibattito degno di questo nome e di ogni mordente che possa davvero motivare gli italiani. Tra trionfalismi ed autolesionismi, ipercopertura mediatica ed assenza d’informazioni, provincialismi molto provinciali ed europeismi molto poco europei, l’unica cosa che sembra certa è che il carrozzone del centrodestra berlusconiano gode di ottima salute, sondaggiato e omaggiato dai suoi fans e indirettamente favorito dai suoi stessi oppositori e detrattori.
Questi ultimi, infatti, non riescono proprio a parlare di qualcosa che non riguardi Colui che ormai chiama se stesso “il presidente del consiglio” (usando la terza persona come Giulio Cesare…), alimentandone la paranoia ma, al tempo stesso, le manie di grandezza.
Ma occupiamoci piuttosto del maxi-partito cui ha saputo dar vita, azzerando dopo decenni quello che restava della destra tradizionale, ma anche del liberalismo classico e del conservatorismo cattolico. Ecco allora che ciò che una volta era definito un “POLO ”, grazie al banale ma efficace raddoppiamento della prima sillaba, è magicamente diventato il “POPOLO” della Libertà: un efficace Trade Mark, capace di rispondere a due esigenze al tempo stesso.
La prima è quella di evocare negli Italiani il modello di Partito di massa, quasi del Partito nazionale – con una buona dose di populismo vagamente sudamericano – mentre la seconda, ancora più pratica, è quella di candidare il PdL a forza maggioritaria e trainante del “Partito Popolare Europeo”, per meglio condizionarlo e guidarlo, come Ipse dixit.
La verità è che tale contenitore elettorale sembra meno tranquillo e pacificato di quanto vorrebbe farci credere il suo duce. Sotto l’apparenza unanimistica ed elettoralisticamente omogenea, in effetti, ribollono scontenti e ripicche, mugugni e propositi di rivalsa, opportunismi e consueti doppiogiochismi.
Ciò che conta, d’altra parte, è che alleati vecchi e nuovi sembrano allineati e coperti dietro il loro condottiero, ciascuno con le proprie priorità ed i propri referenti elettorali, ma tutti protesi verso una vittoria che sembrerebbe ampiamente scontata.
Ma la “gioiosa macchina da guerra” del centrodestra, anziché suggerire una partecipazione autenticamente popolare, mi sembra lasci intravedere una sorta di OGM elettorale, una creatura artificiale, frutto d’ingegneria genetica, la cui salute e tenuta nel tempo è tutta da verificare.
Se penso alla grossa “testa” che ne costituisce il vertice decisionale, unita ai molteplici ma poco robusti terminali elettorali che da essa si dipartono, mi verrebbe piuttosto da parlare di POLIPO DELLA LIBERTA’ , una preoccupante creatura che unisce l’inconsistenza ideologica di un mollusco alla tenacia tentacolare di un pericoloso predatore.
Una lunga serie di “ex” (liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici, destro-nazionalisti e democristiani), uniti a federalisti e forzitalioti della prima ora, rappresentano in effetti gli otto tentacoli di questa strana creatura, il cui referente comune sarebbe la “libertà”. Ma di quale libertà stiamo parlando? Quella per cui hanno combattuto gli Italiani che hanno “buttato il sangue”, metaforicamente o meno, per costruire le basi della nostra Repubblica, o piuttosto la determinata volontà di avere le mani libere, per continuare a realizzare impunemente e senza troppi fastidi i propri affari, più o meno sporchi…?
L’unica libertà che conta per questo popolo-polipo sembra quella di chi non vede l’ora di sbarazzarsi una buona volta di giornalisti e magistrati; di cassare disinvoltamente leggi e normative che ostacolano la libera imprenditorialità; di imbonire la mente delle persone di luoghi comuni sulla sicurezza, sul rischio-immigrati, sulla necessità di far ripartire la crescita, sull’indispensabilità di grandi opere multimiliardarie e sulla necessità di semplificare la dialettica politica e, quindi, di prefettizzare le istituzioni e di militarizzare il territorio.
Ecco, questo “polipo della libertà” lo vedrei bene “affogato”, come il classico “purpo” della tradizione culinaria partenopea. Mi asterrei, però, dal consumarne l’altrettanto tradizionale “bròro”, sicuro come sono che si rivelerebbe un brodo di coltura concentrato di ciò che, da anni, sta avvelenando la nostra repubblica ed azzerando la vera democrazia.
Mercoledì scorso ho partecipato all’ incontro caratterizzato da quest’originale titolo, organizzato a Napoli dal “Tavolo Campano per gli Interventi Civili di pace”, in occasione del 29 maggio, in cui si celebra la “Giornata del Peacekeeping”. Era da un bel po’ che dalla parti nostre non si parlava esplicitamente e qualificatamente di nonviolenza, transarmo, interventi di difesa civile, e non potevo certo mancare a questo appuntamento. E’ stata anche un’occasione per ascoltare interventi molto interessanti (come quello del prof. Pizzigallo della “Federico II” e di Fashid dell’Assopace), per riascoltare la profetica testimonianza di padre Alex Zanotelli, ma anche per incontrare dopo parecchio tempo l’amico e maestro Antonino Drago, che da alcuni anni insegna “Scienze della Pace” all’Università di Pisa e a quella di Firenze.
Le “proposte disarmanti” di cui si è parlato riguardavano in particolare il ruolo dei “Corpi Civili di Pace” (istituiti nel 1991 e confermati nel 2001 dal Parlamento Europeo, ma rimasti lettera morta, fatta eccezione per pochi stati, primo dei quali la Repubblica Federale Tedesca), altre iniziative di formazione alla nonviolenza e la promozione della “Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza” , che partirà fra 127 giorni e cui hanno finora aderito personaggi come Rigoberta Menchù, Evo Morales, Isabel Allende, Josè Saramago, Adolfo Perez Esquivel, Zubin Metha, Arun Gandhi e tanti altri.
Purtroppo non eravamo in molti a quell’incontro e pochi eravamo anche stamane, quando ci siamo visti nella “cappella della pace” di Pax Christi Napoli, per una delle cinque giornate di formazione agli “interventi civili di pace”, finalizzati alla prevenzione e trasformazione dei conflitti. Non è bastato, evidentemente, fare appello alla necessità di approfondire l’addestramento alla soluzione civile e nonviolenta dei conflitti per incuriosire e coinvolgere nuovi soggetti, benché spesso siano già impegnati e attivi in vari campi, dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalla educazione alle battaglie per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.
La frustrazione che deriva dalle mancate risposte a proposte formative del genere è ovvia, ma – come abbiamo verificato oggi, analizzando modalità e funzioni di uno strumento psico-sociale molto utile per chi si voglia preparare adeguatamente ad un intervento di pace – bisogna superare la naturale delusione e chiedersi quale aspetto del processo abbiamo trascurato o sottovalutato.
Il problema è che c’è troppa gente intorno a noi che ha perso la voglia di formarsi, di confrontarsi e di rivedere le proprie categorie mentali, per cui guarda con diffidenza a questi momenti di analisi e discussione, avvertendoli come una perdita di tempo un po’ accademica, una sovrastruttura teorica inutile o addirittura dannosa, nella misura in cui potrebbe ritardare o condizionare la prassi.
Eppure sappiamo bene, perché ce l’ha insegnato l’esperienza, che l’attivismo spontaneista non porta a risultati efficaci e stabili, se manca un training serio ad interventi alternativi in aree per loro natura conflittuali, che richiedono capacità di ascolto e di analisi della situazioni, ma anche conoscenza di tecniche e strumenti e capacità di gestione delle stesse azioni.
Fare interventi civili di pace, insomma, non può identificarsi con un’operatività volontaristica e velleitaria, ma richiede riflessione, addestramento ed organizzazione. Ovviamente bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione opposta: quella, per intenderci, che ha sviluppato a livello internazionale molte esperienze accademiche di peace studies, cristallizzando spesso l’azione per la pace negli stadi della ricerca sulla pace e dell’educazione alla pace e facendola scivolare in una dimensione troppo mentalista e poco funzionale alla pratica.
Da noi in Italia – anche se sono non molti a saperlo – possiamo vantare esperienze coraggiose e qualificate sia di studi sulla pace sia di interventi di pace. Bisogna riprenderle e coordinarle, superando artificiose barriere tra matrici religiose e laiche del pacifismo, tra convinti della nonviolenza e chi non lo è. Bisogna rilanciare un movimento il più possibile unitario, facendo leva su esperienze di azioni civili di mediazione di pace che non rinuncino a diventare qualcosa di meno informale, ma si pongano l’obiettivo di strutturare un’organizzazione realmente alternativa alla difesa armata ed al peacekeeping militarizzato. “Ci sono alternative”, ripetiamo testardamente con Galtung, anche se la pseudo-informazione ed il pensiero unico vorrebbero convincerci del contrario...

Ci sono momenti in cui ci si sente talmente depressi che cresce la tentazione di non reagire neppure, di lasciarsi cadere le braccia… Si avverte nell’aria una preoccupante sensazione di crescente imbarbarimento dei rapporti civili e sociali, ma quello che sgomenta di più è la sensazione che ogni cosa, anche la più grave, venga ormai assorbita dal materasso d’indifferenza nel quale sembra che ci siamo distesi, un po’ per pigrizia mentale, un po’ per rassegnazione e conformismo.
L’impressione che se ne ricava è che la vecchia antitesi di Umberto Eco tra “apocalittici” ed “integrati” sia ormai un lontano ricordo per chi, sprofondando sempre più nella melmosa palude di un’acquiescenza imbarazzata ad un sistema apparentemente senza alternative, non si preoccupa nemmeno più di simulare un’opposizione o una parvenza di coerenza tra idee e azioni.
I pochi che,come me, cercano di parlare ancora di decrescita, di energie rinnovabili e pulite, di difesa non armata, di tutela della diversità biologica e culturale, di finanza etica, di partecipazione diretta dei cittadini e di altre tematiche una volta considerate “alternative”, più che “apocalittici” sembrano essere diventati i classici “prophetae clamantes in deserto”.
Eppure non bisogna essere dei rivoluzionari per rendersi conto che ciò che avviene intorno a noi è molto più di una serie di decisioni consequenziali alla scelta politica di fondo che la maggioranza degli elettori italiani hanno fatto, diventando inquilini della “casa delle libertà” e trovandosi ora irregimentati come “popolo della libertà”. Non credo che si tratti solo di normale e democratica alternanza di governi, ma di una preoccupante omologazione della nostra classe politica ad un modello standardizzato di società e di democrazia e, in fondo, ad un pensiero pressoché unico e pervasivo, nella sua devastante banalità.
La cosa più odiosa, dal mio punto di vista, è che questa mutazione genetica della nostra gente – che la sta privando di qualsiasi originalità e specificità culturale ed etico-politica – la sta rendendo di fatto anche incapace di cogliere le profonde contraddizioni tra le decisioni assunte dal governo ed i pretesi “valori” che sarebbero alla base di quelle scelte.
Solo la penetrazione nelle nostre menti del subdolo “bis-pensiero” preconizzato da Orwell più di 60 anni fa, infatti, può spiegare il fatto che in nome della libertà si decidano provvedimenti liberticidi; in nome del progresso si insista su scelte scientificamente e tecnologicamente fallimentari e, in nome della sicurezza e della pace, si vadano ad imboccare strade che portano esattamente dalla parte opposta, alimentando insicurezza e uno stato di guerra infinita.
La marea montante di diffidenza, di paura, di sospetto che sembrerebbe giustificare una serie di provvedimenti palesemente contrari ai diritti umani fondamentali, d’altra parte, è la dimostrazione che gli Italiani si stanno bloccando in un’ottica ristretta e miope, che li porta a chiudere gli occhi sulla perniciosa e supina dipendenza del nostro Paese dai centri di potere mondiali, per aprirli invece sulla presunta “minaccia” derivante da una società multietnica e multiculturale, che peraltro è già una realtà incontrovertibile a livello internazionale.
Rimbambiti dai “talk show” e dal voyeurismo delle fattorie e delle case-del-grande-fratello, sembra infatti che non vogliano accorgersi che il vero “Big Brother” ci spia, ci controlla e ci condiziona ogni giorno e in ogni circostanza, riducendoci a pedine passive di un progetto che prevede l’unica libertà di consumare e di spendere, senza neanche riuscire a garantire che tutto ciò sia reso possibile da un lavoro decente e minimamente stabile e da un ambiente di vita minimamente salubre e sicuro.
Beh, che il diritto alla salute, allo studio, al lavoro, all’accoglienza e alla partecipazione democratica non stessero di casa nella “casa delle libertà” lo avevamo già capito da un po’. Sarebbe stato legittimo attendersi, d’altra parte, una reazione più apprezzabile e ferma al tentativo di trasformare il nostro Paese in uno stato poliziesco e militarizzato, dove perfino discariche ed inceneritori per smaltire la nostra assurda spazzatura consumistica possono essere imposti “manu militari”. in nome della sicurezza nazionale !
Certo. un po’ tutti lo avevamo già capito che la Carta costituzionale della nostra repubblica non andava a genio ai nostri governanti e perfino a qualche loro predecessore, però non sembrava così scontato che in Italia si potesse calpestare impunemente la Costituzione, le normative ordinarie ed i regolamenti liberamente scelti, in nome di una decisionalità di vertice ed a colpi di decreti, accordi di programma in deroga e commissariamenti straordinari anche di materia ordinarie.
La “prefettizzazione“ della politica sembrerebbe essere la via maestra imboccata dagli ultimi governi per risolvere i problemi dell’ordine pubblico, quelli ambientali e quelli sociali, alla faccia del diritto ad un normale confronto democratico e, ovviamente, di qualunque coinvolgimento reale dei cittadini in decisioni che pur li toccano molto da vicino. Provvedimenti come il respingimento preventivo dei flussi di migranti (clandestini e profughi che siano), l’istituzione di corpi di polizia paralleli a quelli ufficiali e perfino la decisione di ritornare all’infausta opzione nucleare, del resto, possono essere imposti solo bypassando i percorsi legislativi ordinari ed adottando a ripetizione la soluzione dei decreti-legge, meglio ancora se blindati da un voto di fiducia. Non che il dibattito parlamentare risulti molto più esaltante ed edificante… Quello che è certo è che agire per le vie brevi rafforza la sensazione di un esecutivo forte e coeso ed evita anche all’opposizione penosi contorsionismi verbali per raggiungere discutibili mediazioni, anziché dare sul serio battaglia contro questo genere di provvedimenti.
Ma, a quanto pare, qualcosa si sta muovendo. Di fronte all’anticostituzionale decisione governativa di costruire nuove centrali nucleari in Italia, senza il previsto consenso delle Regioni, perfino un personaggio di vertice come il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, ha dichiarato rabbiosamente: “Credo che dovranno ingegnarsi molto a immaginare le forme di occupazione militare del territorio, perché la ribellione della Puglia sarà rabbiosa e radicale".
Perbacco! Forse qualcuno si sta accorgendo, anche se un po’ tardi, che il preteso “federalismo” del centro-destra è solo un pretesto per arricchire i ricchi ed impoverire i poveri e che militarizzare la politica è già prassi consolidata, ma comunque meglio tardi che mai! Vuol dire che quelli come noi si sentiranno un po’ meno soli a combattere contro la civiltà delle discariche e del nucleare, a contrastare l’imbarbarimento della convivenza civile e ad opporsi alla distruzione programmatica di ogni competenza statale in materie essenziali come la sanità, l’educazione e i servizi sociali.
Bando quindi alla depressione e cerchiamo di reagire, di resistere, in nome di quei valori che non si contrattano in borsa e che ci costringono a prendere delle decisioni e fare delle scelte. Forse non saremo in tanti o comunque non abbastanza per cambiare le cose, ma facciamo sapere al popolo dei “decretini” che su noi non possono e non potranno mai contare !