Qualità della vita. Tutti i quotidiani hanno riportato che Napoli – secondo l’annuale indagine del “Sole-24 ore” – è in caduta libera nella classifica delle città italiane. Scivolata al 97° posto su 103, sembra essersi attestata ancora più in basso dello scorso anno, e non per alcuni parametri ma complessivamente. Sulla nostra sciagurata città l’esplosione degli immancabili “botti” segnerà la fine di un altro “annus horribilis”, che l’ha piazzata al pianoterra della classifica della vivibilità urbana pressoché in tutti gli indicatori socio-ambientali, conferendole – per citare IL MATTINO del 30 dicembre – la “maglia nera per sviluppo, occupazione e reddito”.
Che fare? Continuare ad augurarci che l’anno che viene sia migliore di quello passato, come il leopardiano “venditore di almanacchi”? Votarci a San Gennaro, sperando che il periodico scioglimento del suo sangue riesca a sciogliere anche i nodi che strangolano Napoli da troppo tempo? Scendere in piazza a protestare contro palazzi e palazzetti di un potere cinico e baro, che sa nutrire solo se stesso, senza nemmeno tentare di svolgere il ruolo di servizio alla collettività che ne giustificava l’attribuzione? Fuggire da questa città che non garantisce nulla, se non un domani uguale o peggiore del giorno precedente?
La prima cosa di cui credo ci sia bisogno è un po’ di chiarezza. Pur condividendo in buona sostanza il quadro nero emergente dall’indagine, penso che sia opportuno distinguere tra i parametri che si riferiscono davvero alla “qualità della vita” e quelli che rispecchiano piuttosto una visione puramente quantitativa dello “sviluppo”, identificato con la “crescita” senza limiti né regole della produzione e dei consumi.
Prendiamo, ad esempio, alcuni parametri economici come i protesti, la chiusura delle imprese, il costo delle abitazioni o la ricchezza prodotta. Non si tratta di dati di facile o univoca lettura, sia perché la loro credibilità non è garantita in una realtà che è più sommersa di quanto lo sia Venezia dalle acque, sia perché si dà per scontato che si tratti di fenomeni conseguenti dalla crisi economica, a sua volta legata a quella della finanza internazionale. La realtà mi sembra piuttosto diversa, visto che anche in tempi migliori le imprese chiudevano lo stesso, i protesti ed i fallimenti non mancavano certo, canoni e prezzi delle case non erano molto più agevoli. Evidentemente è difficile racchiudere lo “sviluppo” di uno stato, o nel caso specifico di una città, entro questi angusti ed ambigui parametri, facendo finta che non sia proprio la logica perversa di questo sedicente sviluppo a produrre tali frutti amari.
Prendiamo un altro aspetto, quello della “sicurezza”, concetto tendenziosamente sovrapposto a quello di “ordine pubblico” grazie al martellamento dei media e ad una impostazione un po’ poliziesca della società. Sta di fatto, però, che una comunità dove quasi niente è certo e garantito - dagli orari dei mezzi di trasporto alla durata di un procedimento giudiziario, dai prezzi dei generi di consumo essenziali alla possibilità di trovare un lavoro decente e non precario – non può nutrire alcuna “sicurezza”, anche a prescindere dal numero dei reati contro il patrimonio e dai fenomeni di micro e macro-criminalità. Strade che cedono, ingorghi stradali perenni, sportelli e servizi pubblici incapaci di soddisfare l’utenza, rifiuti che ci sommergono, sfiducia sempre in chi ci amministra, secondo me, hanno minato la nostra “sicurezza” molto più delle rapine alle banche o dei furti d’auto.
E che dire della “occupazione” ? In una città che ha troppo tempo ha smesso di produrre e che da decenni affonda in un’economia totalmente terziarizzata e quaternarizzata, che diavolo potevamo aspettarci? Una comunità che viene a patti da sempre con l’imprenditoria camorristica che razza di occupazione poteva produrre? Per giovani occupati Napoli è al penultimo posto, ma non è che il mercato del lavoro sia molto più sano e florido altrove, con la differenza che da noi ‘o posto ha troppo a lungo sostituito l’idea stessa di fatica, ma ormai il pubblico impiego diventa sempre meno pubblico e garantito e vendere la propria “immagine” in chiave commerciale e/o turistica ormai non garantisce granché…
Qualità della vita: da molto tempo si è capito che riferirsi al P.I.L. non basta o è addirittura fuorviante e che esistono ben altri indicatori di sviluppo, come il G.P.I (Genuine Progress Indicator), un indice socio-ambientale molto complesso, che tiene conto di parametri come la distribuzione della ricchezza, il ruolo del volontariato, il consumo di risorse non rinnovabili, l’inquinamento, l’utilizzazione del tempo libero, le spese per la difesa e la dipendenza dai capitali stranieri. Anche sotto questo profilo, però, per noi napoletani c’è poco da stare allegri, visto che per quasi tutti gli indicatori – economici ed ecologici – non si intravede niente di buono.
Che fare, allora? Non vorrei apparire minimalista, ma credo che la risorsa migliore per cambiare Napoli siano le tante persone che non si sono ancora rassegnate e che, ogni giorno, fanno il loro dovere per rendere questa città un po’ più civile e vivibile. Ovviamente questo non è sufficiente, ma senza questo sforzo personale e senza un approccio più comunitario ai problemi non credo proprio che le cose saranno migliori nel 2009 che ci prepariamo a salutare in queste ore. Ovviamente è indispensabile una nuova amministrazione ed una classe dirigente meno compromessa e più competente. Senza l’apporto di tutti noi, però, non ci sono leadership che siano in grado di sostituirsi a san Gennaro nel miracolo di smuovere Napoli dal suo doloroso e scettico torpore. Auguri a noi tutti, quindi, di una vita qualitativamente migliore!

Gli "auguri scomodi" di don Tonino Bello ci restituiscano il senso del Natale e la forza di un impegno quotidiano per testimoniare l'unica "buona notizia" che può salvarci. Per chi voglia approfondire il messaggio di questo straordinario testimone di Cristo, basta cliccare quì per connettersi al sito a lui dedicato.
Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali
e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora,
vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
Tonino Bello
Citazioni tratte dal MESSAGGIO DI S.S. BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1°GEN. 2009
<<….la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà. […] Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana » [4], si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà […] Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita che « le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto.[...] un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. [...] . Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti, spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica [...] La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. [...] […] Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società….>>