Un blog per condividere esperienze, idee, progetti, in un'ottica nonviolenta ed eco-sociale.
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Nome: Ermete Ferraro
Napoletano, classe '52, sono sposato e ho tre figlie. Di formazione cattolica e nonviolenta,dopo la laurea in lettere mi sono diplomato in servizio sociale e sono stato impegnato per 10 anni come animatore socio-educativo ed assistente sociale. Da molti anni insegno lettere nella scuola media, dove mi occupo anche di problemi di disagio cognitivo e comportamentale.
Tra i primi obiettori di coscienza, attivista nonviolento ed eco-pacifista, sono stato uno dei fondatori dei Verdi a Napoli, dove ho ricoperto (1987-97)il ruolo di consigliere/capogruppo circoscrizionale al Vomero - quartiere di cui sono stato anche il primo presidente 'verde'- e di consigliere e capogruppo nel Consiglio Provinciale (dal 1990 al '95).
Sono stato coordinatore del circolo di Napoli e membro del coordinamento regionale della Campania dell'associazione Verdi Ambiente e SocietĂ ONLUS. Di VAS sono attualmente Consigliere Nazionale e referente nazionale per l'ecopacifismo. A livello regionale,poi,sono componente dell'Esecutivo di VAS-Campania, come responsabile per la cultura.
Ho svolto per 8 anni la funzione di Presidente e Coordinatore Sociale della FOCS (Fondazione Casa dello Scugnizzo ONLUS) di Napoli, di cui resto consigliere generale.
Sono autore di svariati articoli e pubblicazioni.
Visita: www.ermeteferraro.it
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di Ermete Ferraro
Ieri ho fatto un’esperienza molto bella e decisamente nuova, che ho condiviso con Sergio Minichini, attuale presidente della Fondazione “Casa dello Scugnizzo” e mio amico fin dalla metà degli anni ‘70 quando, entrambi obiettori di coscienza al servizio militare, svolgemmo al centro comunitario di quell’Ente il nostro servizio civile alternativo.
Il nostro comune amico Salvatore Di Maio (responsabile dell’ Accampamento della Pace che si sta svolgendo a Napoli in preparazione al Forum Universale delle Culture, previsto in questa città per il 2013) ci aveva infatti invitato ad animare il primo dei “dialoghi” col secondo gruppo di 100 ragazzi da 12 a 14 anni ospitati nell’Accampamento, provenienti da: Spagna, Messico, Brasile, Costa d’Avorio, Cile, Israele, Bosnia, Turchia, Cina, Bangladesh, in aggiunta a quelli napoletani, a ragazzi Rom ed a figli di emigranti campani.
Dovevamo discutere con loro nientedimeno che dei “diritti dei minori” e la cosa ci preoccupava non poco, tenendo conto che avevamo a disposizione solo un’ora, che i ragazzi erano già piuttosto stanchi e, soprattutto, che ogni cosa che avremmo detto sarebbe stata tradotta in spagnolo, portoghese, inglese e cinese. Eppure quei 100 volti un po’ curiosi che ci hanno accolto ci hanno messi subito a nostro agio e così è stato davvero possibile “dialogare” con quei ragazzini provenienti da tutti i continenti, interessati non solo a seguire il breve percorso che gli abbiamo proposto, ma anche ad intervenire in prima persona e con competenza in quello scambio d’idee sui loro diritti.
Certo, abbiamo dovuto ricordare loro che la prima “dichiarazione” in proposito risale al 1959 e che ci sono voluti altri 30 anni per giungere, nel 1989, alla solenne “Convenzione Universale dei Diritti dell’infanzia”, peraltro tuttora applicata molto parzialmente, e in alcuni casi per niente, dagli molti Stati firmatari. Non potevamo però ricordargli tutti i 35 articoli che la compongono e ci siamo limitati invece a farne un elenco scritto, in ordine alfabetico, ed a raggrupparli in quattro categorie, contraddistinte da “parole-chiave”.
Prima ancora, però, abbiamo dato la parola ai ragazzi presenti, che con grande disinvoltura ci hanno subito presentato le loro priorità: educazione, abitazione, alimentazione, salute, libertà di espressione, uguaglianza di genere, identità nazionale e – come ha detto una ragazza messicana – il fondamentale diritto ad amare e ad essere amati.
Un saggio ragazzo bengalese ha perfino fatto una disquisizione sul concetto stesso di “diritti” e su chi abbia il diritto di sceglierli ed anche gli interventi finali dei presenti hanno sottolineato l’indissolubile rapporto tra diritti umani e pace, rivendicando con fierezza il loro ruolo di “costruttori di pace” nei rispettivi Paesi di provenienza.
Io e Sergio ci siamo limitati quindi a raggruppare le decine di “diritti dell’infanzia” contenuti in quel documento in quattro “scatole” fondamentali: Benessere – Salute - Dignità – Sviluppo. Abbiamo poi spiegato come le prime due siano le indispensabili precondizioni “materiali” per una crescita umana, civile e sociale che può sussistere solo se ai ragazzi/e di tutto il mondo saranno garantiti rispetto della dignità personale e sviluppo delle potenzialità che, viceversa, troppo spesso gli vengono negati.
Lasciando dopo un’ora il colorato “Accampamento della Pace”, salutati da quel centinaio di sguardi vivaci e cordiali, ci siamo sentiti meglio e con dentro una maggiore fiducia in una generazione di cui si sa parlare solo in negativo, ma che sembra aver capito che per “salvare il mondo” deve finalmente cambiare strada, rinnegando il falso modello di sviluppo e di convivenza che gli adulti finora gli hanno proposto come unico.
Sono state celebrate da poco le Quattro Giornate di Napoli, lo storico episodio d’insurrezione popolare attraverso la quale – già il 1° ottobre del 1943 - la città di Napoli fu la prima a liberarsi, con le proprie mani e con la forza della propria determinazione, dall’occupazione politica e militare dei Tedeschi. Ebbene, sessantacinque anni dopo, questa stessa Città – in stridente contraddizione con la retorica caratteristica di tutte le manifestazioni celebrative – mostra su di sé i segni laceranti lasciati da uno dei periodi più difficili della sua storia. Stretta tra la morsa della precarietà occupazionale ed esistenziale (assurta ormai da decenni a tragica normalità) e quella delle continue emergenze (dal traffico irriducibile e soffocante alla cosiddetta “crisi-rifiuti”, dal radicamento territoriale della criminalità organizzata all’endemico abusivismo predatorio degli spazi comuni), Napoli sta vivendo un momento “nero” anche sotto il profilo politico-amministrativo. Mai come in questo periodo, infatti, si registra un pericoloso arretramento dei valori democratici e di convivenza civile che, viceversa, erano alla base proprio di quella gloriosa insurrezione, civile e popolare.
Se riflettiamo su questo cupo autunno napoletano, caratterizzato dalla deprimente presenza in città di centinaia di militari, chiamati dal governo a fiancheggiare le forze dell’ordine nel “presidiare” in armi un territorio sempre più saccheggiato e martoriato, abbiamo già una chiara immagine di quest’assurda contraddizione. Essa nasce non solo dalla militarizzazione della vita civile e politica, ma anche dallo svuotamento di ogni istanza di democrazia civile e partecipata, sostituita arrogantemente dalla logica prefettizia dei “commissari speciali” un po’ in ogni materia, dalla gestione dei rifiuti a quella del “forum mondiale delle culture”.
Napoli, decorata con medaglia d’oro per l’incredibile resistenza dei suoi cittadini alla prepotenza di un esercito invasore ed invadente, sta assistendo sempre più sbigottita ed impotente allo spettacolo dei blindati del nostro esercito che girano per le strade, che stabiliscono dei check points da città assediata. E tutto questo spiegamento di virile determinazione, poi, per proteggere i napoletani da attentati terroristici oppure dalla minaccia dei camorristi? Ma quando mai? La priorità sembra quella di fronteggiare pericolosissimi venditori ambulanti abusivi oppure presidiare discariche di spazzatura imposte con la forza ai cittadini, così da scoraggiare ogni insubordinazione alle decisioni del “generalissimo”, che bontà sua viene ogni settimana ad “ispezionare” le sue truppe ed a verificare l’allineamento alle sue decisioni di governatori e sindaci, incapaci di rappresentare non solo la comunità, ma perfino il proprio partito.
In quest’assurdo quadro, poi, non c’è da meravigliarsi più di tanto se a celebrare le Quattro Giornate di Napoli è stata chiamata la banda della US Navy, dedicando alle truppe alleate perfino una targa commemorativa, come se fossero stati gli Americani a liberare Napoli e non gli studenti, le donne, gli scugnizzi e le persone qualunque, che seppero cacciar via il più potente e feroce esercito di quel periodo. Certo, è innegabile che gli “Alleati” hanno ratificato e consolidato la “liberazione” di Napoli, ma bisogna avere il coraggio civile di dire che ormai da più di 60 anni i napoletani stanno ringraziando questi ingombranti ospiti armati, senza che però essi si siano decisi a togliere il disturbo. Al contrario, il mare, il cielo e larghe fette del territorio napoletano restano tuttora presidiati militarmente, mettendone a rischio la sicurezza, al punto che Napoli – sebbene dichiarata città di pace…- è sede del Comando Alleato della NATO e di quello della US Navy per tutto il versante sud-orientale, essendo stata trasformata da anni in una specie di “portaerei” americana nel Mediterraneo.
Ai cittadini, quindi, si chiede si affidarsi ciecamente a questa “protezione” militare, né più né meno di come ai negozianti qualcuno chiede di fidarsi ciecamente della “protezione” camorrista, senza farsi troppe domande e senza sforzarsi di capire da cosa diavolo vogliono proteggerci, per forza, tutti questi soldati, paracadutisti, marines e compagnia brutta…
Beh, se 65 anni dalle Quattro Giornate non sono trascorsi invano, spero proprio che i Napoletani si decidano finalmente a chiederselo e ad agire da cittadini e non da sudditi, opponendo una nuova resistenza alla militarizzazione della politica ed alla criminalizzazione del dissenso.