Un blog per condividere esperienze, idee, progetti, in un'ottica nonviolenta ed eco-sociale.

Eccomi

Utente: Ermes02
Nome: Ermete Ferraro
Napoletano, classe '52, sono sposato e ho tre figlie. Di formazione cattolica e nonviolenta,dopo la laurea in lettere mi sono diplomato in servizio sociale e sono stato impegnato per 10 anni come animatore socio-educativo ed assistente sociale. Da molti anni insegno lettere nella scuola media, dove mi occupo anche di problemi di disagio cognitivo e comportamentale. Tra i primi obiettori di coscienza, attivista nonviolento ed eco-pacifista, sono stato uno dei fondatori dei Verdi a Napoli, dove ho ricoperto (1987-97)il ruolo di consigliere/capogruppo circoscrizionale al Vomero - quartiere di cui sono stato anche il primo presidente 'verde'- e di consigliere e capogruppo nel Consiglio Provinciale (dal 1990 al '95). Sono stato coordinatore del circolo di Napoli e membro del coordinamento regionale della Campania dell'associazione Verdi Ambiente e Società ONLUS. Di VAS sono attualmente Consigliere Nazionale e referente nazionale per l'ecopacifismo. A livello regionale,poi,sono componente dell'Esecutivo di VAS-Campania, come responsabile per la cultura. Ho svolto per 8 anni la funzione di Presidente e Coordinatore Sociale della FOCS (Fondazione Casa dello Scugnizzo ONLUS) di Napoli, di cui resto consigliere generale. Sono autore di svariati articoli e pubblicazioni. Visita: www.ermeteferraro.it

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domenica, 15 novembre 2009
CONVERDIAMOCI !

CADBMSZ6CAXB0JFXCAVRS29FCAB1I11FCAES8PBZCASXLPSRCA8EIF6ZCA1AE3VVCAJ9NMYNCAK822DQCARGZN33CA07HRX3CA3A3EVXCAUWJXYOCAJGY0Y3CALZCFSX

DI ERMETE FERRARO

CONVERDIAMOCI !

The 10 Key Values of the U.S. GREENS
The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
Saggezza ecologica
 
Saggezza ecologica
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Democrazia dal basso
Libertà attraverso l’Autodeterminazione
Democrazia partecipativa
Nonviolenza
Nonviolenza
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Femminismo
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Rispetto della Diversità
Diversità
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Responsabilità personale e globale
Responsabilità Ambientale
 
Sostenibilità verso il Futuro
Sviluppo sostenibile
Sostenibilità
 
 
 
 
# 1 - Alle radici dell'essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
 
# 2 - Affondare o rifondare i Verdi?
L'ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L'obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09].  Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale...”  [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d'ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo -  mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico - come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 - La globalità dell'alternativa ecologista
 
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell'integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
                                                                                (c) 2009 Ermete Ferraro

Postato da: Ermes02 a 19:00 | link | commenti
politica, ambiente, pace, nonviolenza, verdi, solidarietà sociale, politiche ambientali, ecopacifismo, alternativa politica

domenica, 01 novembre 2009
SANTI ...SUBITO?

 
CAXAGQXFCAH10AF6CARKIQEBCABLRO4VCAUEJKRTCAVL6WK7CA1UL78HCALAVV0ICAZIRKG0CAUY24H4CAQ6PY07CASR46SKCAGG4D51CACC3CMPCA1OX6KKCAK6NA0A“Vieni avanti, chrètien! s’intitolava un “post” – pubblicato sul mio blog a febbraio 2008 – nel quale, prendendo spunto dalle Beatitudini, riflettevo sulla necessità di vivere il cristianesimo come qualcosa di profondamente contrastante con le più radicate e diffuse convinzioni circa le condizioni per raggiungere la felicità. Il fatto che il termine francese “chrètien” (cristiano) fosse diventata molto presto un’offesa (“cretìno”), infatti, mi sembrava che la dicesse lunga sull’idea che i non credenti si erano fatti di chi, secondo loro, aderiva assurdamente ad una fede irrazionale.
Oggi, in occasione della ricorrenza della festività di “tutti i Santi” – messo finalmente da parte lo stupido chiacchiericcio su “Halloween” e i suoi rituali pagano-mediatici – mi sembra il caso di riflettere un po’ più profondamente sul concetto stesso di “santità”. In quel mio precedente intervento partivo dal termine greco “makàrios” - tradotto in italiano con “beato” – e sulla sua somiglianza con l’ebraico “meushàr” (che significava: approvato, felice). In particolare mi soffermavo sull’espressione augurale “magàri” che, rapportata al testo delle “beatitudini”, sembrerebbe in stridente contrasto con i guai che quasi sempre derivano, allora come oggi, dal seguire Gesù Cristo sulla difficile via della mitezza, dell’umiltà, della misericordia, della purezza di cuore e dell’operare per la pace. Del resto, non si può negare che essere poveri, afflitti, affamati e perseguitati non coincide affatto con la nostra idea di “felicità”, per cui lo stesso san Paolo affermò che: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono…" (I Cor 1,27ss).
Ecco perché, se ci soffermiamo sul concetto di “santità” e di “sacro”, la necessità di una “metànoia” (cioè di una “conversione”, di una svolta radicale rispetto a ciò che abitualmente di crede e si fa per raggiungere la felicità) risulta evidente. Entrambi i termini italiani ci riportano alla comune radice latina “sac”/”sanc” , derivante a sua volta da quella indoeuropea “sak”-“sag”, che significava sia “attaccarsi, avvincersi, aderire a qcn”, sia “seguire, ossequiare qcn” . Nella fattispecie, quel Qcn. cui aderire, Colui che il “santo” deve seguire è proprio Dio, le cui vie sono però profondamente diverse da quelle che siamo abituati a percorrere.
La radice della parola greca equivalente “hàghios”, del resto, risale al verbo “hàzomai” (rispettare, venerare) ma, come nel caso di “makàrios”, la trascrizione italiana di grafemi stranieri si è prestata a qualche equivoco. Il fatto che sovente si scrivesse “àghios” piuttosto che “hàghios”, ad esempio, ha portato qualcuno a dare a questa parola il senso di negativo di “non terreno” (alfa privativa + gàios), come se i santi fossero da considerarsi persone dell’altro mondo, praticamente degli extraterrestri… Un equivoco molto simile è stato generato dalla difficoltà di rendere graficamente in italiano la differenza fonetica in greco tra “κ” e “χ”, per cui l’aggettivo “makàrios” (beato) è stato spesso fatto risalire etimologicamente a “machaira” (lama, coltello per tagliare), evocando l’idea di qualcuno “tagliato fuori” dalla vita ordinaria. La stessa parola latina “sacer” è stata talvolta riportata alla radice indoeuropea “sek”, proprio nel senso di tagliare, separare.
A questo genere d’interpretazione contribuisce anche il termine ebraico vetero-testamentario corrispondente (“qadosh”), che implica proprio il concetto di “separazione”, in quanto il popolo d’Israele sarebbe stato “messo da parte” da Dio per “consacrarlo”.
Insomma, l’’immagine che ne esce della santità è quella di qualcosa che riguarda persone prescelte e chiamate a ciò, o comunque eccezionali, distaccate dal “mondo” perché consacrate a Dio ma, proprio per questo, lontanissime da noi e dalla nostra vita ordinaria e quotidiana. Bisogna ammettere, poi, che la Chiesa – o meglio, le Chiese – non hanno fatto molto per contrastare questa concezione. Non importa se ciò sia da ricondursi alla visione “ascetica” tipica dei cristiani d’Oriente, o alla tradizionale venerazione cattolica nei confronti dei Santi, troppo spesso trasformata in una sorta di “culto” parallelo, oppure ancora alla concezione pessimistica delle chiese riformate, per cui solo la grazia divina può santificare le nostre esistenze da peccatori.
Quello che è certo, però, è che da 40 anni, cioè dalla fine del Concilio Vaticano II, si parla ormai   di una “santità” cui tutti i cristiani sono chiamati. E’ proprio nella costituzione conciliare “Lumen Gentium”, infatti, che troviamo affermato con molta chiarezza che: “…tutti i seguaci di Cristo, anche i laici, sono chiamati alla perfezione della carità  […] E impegno per la perfezione cristiana significa cammino perseverante verso la santità . […] Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità  della vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48) […] Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ». (LG 40).
Per citareil compianto Giovanni Paolo II, quindi: "La consegna primaria che il Vaticano II ha affidato a tutti i figli e tutte le figlie della Chiesa è la santità (...); la tensione alla santità è perciò il fulcro del rinnovamento delineato dal Concilio" (Giovanni Paolo II, Allocuzione, 29-III-1987).
Ma allora, se siamo chiamati tutti – proprio tutti/e – alla santità, non possiamo più far finta di non essere in grado di percorrere la difficile strada indicataci da Gesù con le Beatitudini. Essere umili, miti, puri, misericordiosi e pacifici, di conseguenza, non è una vaga indicazione riservata a pochi eletti, ma piuttosto una scelta che ci tocca direttamente, qui e ora.
Ma ecco che, parlando di santità “ordinaria” e/o “quotidiana”, alcuni si sono lasciati trasportare forse un po’ troppo nell’eccesso opposto. Se è perfettamente vero, infatti, che essere santi è qualcosa che ci riguarda personalmente e in modo non “straordinario”, credo però che talvolta si sia corso il rischio di una banalizzazione del termine, e quindi del concetto stesso di “santità”.
E’ certamente giusto ricordare ad ogni cristiano che la sua chiamata ad essere santo passa anche per la vita di tutti i giorni e che può esplicarsi non solo nella fede, ma anche nel lavoro, nell’impegno sociale o in quello culturale. E’ opportuno chiarire che anche una casalinga o un meccanico possono “santificare” ciò che fanno ogni giorno, anche se non riveste alcun carattere di straordinarietà. Bisogna però stare attenti a non scivolare in una visione troppo semplificata di questo cammino verso quella “perfezione” cui siamo comunque chiamati, poiché quella che il Papa chiamava “tensione alla santità” è un presupposto, una potente molla interiore che ci spinge in quella direzione, ma che troppo spesso è sovrastata dal richiamo ad una realizzazione assai più terrena o, per usare un’espressione idiomatica, molto “terra terra”.
Il vero cristiano, in definitiva, non è chi aspira asceticamente ad una santità intesa come perfezione irrealizzabile e ultraterrena, ma neppure chi la confonde la tranquilla beatitudine quotidiana di chi non è messo alla prova dalle difficoltà e dal dolore. La santità, insomma, non può e non deve essere riservata a pochi supereroi, ma non può neanche essere presentata come se si trattasse di una strada liscia, da percorrere in “santa pace”. E questo perché lo stesso Gesù ci ha ammonito ad entrare per la “porta stretta” ed a passare per la “via angusta” (vedi Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) e, nello stesso discorso sulle Beatitudini, non ci ha nascosto che il prezzo della nostra scelta potrebbe essere una situazione di povertà, di afflizione, e di persecuzione.
Essere santi, allora, deve essere qualcosa cui tutti dobbiamo tendere, ma che implica delle scelte niente affatto facili e scontate e richiede un modo di ragionare che a tanti suona ancora pura follia o, per citare ancora san Paolo, “stoltezza”. Quello che è certo è che dobbiamo smettere di cercare i Santi solo sugli altari, magari per propiziarceli paganamente con litanie e candele, e che dovremo provare a diventare anche noi…santi subito! 

Postato da: Ermes02 a 19:03 | link | commenti
santità, beatitudini, comunità di fede

lunedì, 19 ottobre 2009
MAL …DI PALMA

 
palmeE’ incredibile. Qualunque fonte giornalistica si consulti, a proposito dell’infestazione da parassiti che sta portando all’abbattimento di centinaia di palme in diverse città d’Italia, tale provvedimento viene presentato come l’unico sicuro, praticamente indispensabile, per arrestare il rischio di una diffusione ancora più massiccia della malattia. Già detta così suona un po’ strana: come se la soppressione di alcuni animali o, peggio ancora, di alcuni essere umani, fosse l’unica possibilità per arrestare un’epidemia. Se poi si fa riflessione al pesante impatto ambientale e specificamente paesaggistico causato dall’abbattimento di tanti esemplari delle esotiche phoenix in centri urbani in cui la loro svettante presenza faceva ormai parte di una storia più o meno recente, dovrebbe apparire più chiaro che accettare passivamente l’inesorabilità di questa strage è ben strano.
Ancora di più lo è se a darsi da fare per spiegare come e qualmente gli abbattimenti restino ormai l’unica strada percorribile sono assessori verdi, esponenti di associazione ambientaliste e addirittura tecnici regionali ed esperti botanici, dai quali ci saremmo piuttosto aspettati suggerimenti per terapie e soprattutto per interventi di profilassi.
Per carità: non mi permetto di contestare tanti autorevoli interventi, non avendo i titoli per metterne in dubbio le categoriche ed allarmate dichiarazioni. Tutti quanti, infatti, sembrano molto impegnati  nell’illustrazione delle caratteristiche di quell’insidioso parassita che ha colpito ormai moltissimi esemplari di palmizi, il cui nome scientifico è Ryncophorus Ferrugineus, ma è diventato noto ormai col nickname di “punteruolo rosso”. Perfino nella risposta ad alcune interrogazioni parlamentari, il Ministero dell’Agricoltura si è diffuso nella spiegazione delle cause che renderebbero, a questo punto, necessario abbattere le troppe piante giù infestate, sorvolando sulle ragioni per le quali si è fatto finora così poco per prevenire e combattere la diffusione del micidiale parassita delle palme. Esso, infatti, sarebbe giunto nelle nostre città attraverso la piantumazione in aree pubbliche e private di esemplari di palme provenienti da zone “sospette”, già segnalate come a rischio. Il ministero, interpellato nel merito, ha però dichiarato di non disporre di nessuno strumento giuridico per impedire l’importazione di queste piante che potremmo definire “extracomunitarie”, aggiungendo perfino che, se anche si dovesse decidere in tal senso, l’importazione di palme “clandestine” proseguirebbe ugualmente, indisturbata, grazie a “triangolazioni” commerciali.
“Opperbàcco!” – avrebbe esclamato a questo punto il buon Totò. Ma come? Il nostro governo, così tanto impegnato nel portare avanti la sua linea dura di “respingimenti” di immigrati clandestini senza neppure accertarne l’eventuale titolo di ‘profughi’ con diritto di asilo, si dichiara invece impotente ad impedire l’arrivo in Italia di esemplari “clandestini” di palme a rischio d’infestazione da “punteruolo rosso”?...
Da noi a Napoli – in base ad una delibera a firma dell’assessore comunale all’Ambiente, il verde Rino Nasti – è già stato deciso di procedere all’abbattimenti di ben 80 palme, che costituiscono lo storico scenario arboreo di due importanti corsi cittadini, entrambi sottoposti peraltro a vincoli storico-ambientali: viale Gramsci e viale Augusto. Pare invece che gli esperti stiano tentando un intervento fitosanitario d’emergenza per salvare i 121 esemplari di “Phoenix” presenti nella Villa Comunale, utilizzando potenti antiparassitari, fra cui l’Amabectina.
Il fatto è che questa precisazione continua a crearmi confusione nella mente: se un trattamento del genere non solo è possibile, ma addirittura è già stato positivamente sperimentato altrove (vedi Roma), perché diavolo un assessore “verde”, con contorno e conforto di tecnici regionali, sta condannando a morte ben ottanta esemplari dei suddetti viali napoletani?
Dice: ormai “i coleotteri si sono moltiplicati a tempo di record e non c’è più speranza di recuperare le piante”. Bella risposta. A patto che qualcuno ci spieghi perché diavolo non si è fatto finora quasi nulla per prevenire la diffusione del dannato Ryncophorus Ferrugineus, visto che il problema è evidente ormai da oltre un anno, come ben sanno i residenti di Viale Augusto e dell’altro storico viale. E’ da un sacco di mesi, infatti, che molte palme di queste strade - capitozzate e, private della caratteristica chioma di foglie palmate - erano state…piantate lì, talvolta incappucciate, a suggerire ai passanti lontani ricordi di falloforie rituali.
Che cosa mai si aspettava per correre ai ripari contro questo pericoloso e diffusivo…mal di palma?
Non sono né un botanico né tantomeno un fito-terapeuta, ma non posso fare a meno di ricordare un’esperienza personale, risale a ben 22 anni fa, che mi pare piuttosto istruttiva. Fresco eletto come primo consigliere dei Verdi alla Circoscrizione Vomero, già nei primi mesi della consiliatura 1987-88 mi capitò d’imbattermi in una questione piuttosto spinosa, per affrontare la quale dovetti ovviamente informarmi e documentarmi opportunamente.
Allora si trattava dell’infestazione da un parassita di cui mi ricordo perfino il nome scientifico  (“Corythuca ciliata”), che aveva colpito parecchi dei molti platani - alcuni dei quali davvero antichi - che costituiscono la nota caratteristica delle principali strade vomeresi,. Nel consiglio di quartiere sedeva allora un consigliere estremamente titolato in materia, trattandosi di un noto agronomo, secondo il quale l’unica soluzione possibile sarebbe stata quella più radicale: abbattere tutte le piante della stessa specie, sostituendole poi con esemplari di altra essenza (mi sembra di ricordare che si trattasse del tiglio). Inutile dire che, ovviamente, si sarebbe dovuto provvedere ad acquistarle e metterle a dimora ancora piuttosto piccole, dopo aver speso un’altra barca di soldi per abbattere e sradicare platani che arrivavano mediamente a dieci-dodici metri di altezza.
Ebbene, se in quella circostanza un petulante neo-consigliere ambientalista non avesse messo il dubbio quella autorevole sentenza, sollecitando la convocazione di sopralluoghi tecnici, conferenze di esperti e sollevando pubblicamente il problema, oggi i miei concittadini del Vomero, a distanza di oltre vent’anni, non avrebbero più potuto passeggiare all’ombra di quei frondosi e robusti platani, ma si sarebbero forse trovati a percorrere una striminzita parodia delle parigine Tuileries…..
Insomma: incuria, approssimazione e sospetta insistenza a percorrere la strada degli abbattimenti, rappresentano ormai una costante in una città come Napoli, dove ogni albero è prezioso ma dove, assurdamente, sembra proprio che si continui a far di tutto per cancellarne, in un modo o nell’altro, la sgradita presenza...
Un’altra pianta che è stata ormai sradicata dalla nostra città è quella della democrazia decentrata. Se 22 anni fa è stato possibile che un singolo consigliere circoscrizionale potesse bloccare la strage dei platani vomeresi, è tristemente evidente che oggi gli organismi decentrati (le Municipalità cittadine) al di là delle pompose chiacchiere, non contano più un fico secco, per cui non ci si degna neppure più di richiederne il parere e di seguire l’iter della consultazione decentrata. Basti pensare che in questi ultimi mesi c’è stato qualcuno che ha pensato di replicare, dopo 19 anni, il tentato scempio degli ex-giardinetti di via Ruoppolo, progettando di costruire dei parcheggi sotto l’attuale “Parco Mascagna”, difeso grazie alle lotte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste.
Dalla Municipalità competente non è partito nessun grido di allarme, per cui è toccato al presidente di un’altra municipalità – memore della precedente mobilitazione - far partire un’interrogazione in merito, che parrebbe aver bloccato la procedura già avviata.
Il guaio è che la lotta ai parassiti non riguarda solo platani e palme, ma andrebbe estesa ad un certo sottobosco politico-amministrativo locale, sul cui eventuale abbattimento, comunque,  non piangerebbe proprio nessuno…

Postato da: Ermes02 a 19:57 | link | commenti (4)
ambiente, verdi, infestazione, palme, ambiente urbano

domenica, 11 ottobre 2009
ANCORA UN...POE

tomba E.A.POE

 
“Qual in Lui stesso infin l’eternità lo muta
Il Poeta ridesta con un gladio nudo
Il suo secolo, spaventato per non aver conosciuto
Che trionfava la morte in quella voce strana!”
                                 (S. Mallarmé, Le tombeau d’Edgar Poe)
 
Non credo che si possa tributare omaggio migliore al grande narratore americano Edgar Allan Poe, a 160 anni dalla sua morte, di questi ispirati versi dedicatigli da un altro grande della letteratura, il poeta francese Stéphane Mallarmé. Il motivo di questo tributo è che proprio oggi, a Baltimora, si terranno i funerali solenni dell’eccezionale autore di tante ed originali “fantasticherie” narrative, morto ( manco a dirlo, in circostanze misteriose…) il  7 ottobre del 1849 e sepolto in tutta fretta alla presenza di pochi parenti ed amici.
Ricorda infatti Riccardo de Palo in un suo articolo sul quotidiano “Il Gazzettino” che egli: “…sosteneva che tutto ciò che vediamo, o che ci sembra di vedere, non sia altro che «un sogno dentro un altro sogno». Ma la sua vita fu un vero incubo; e giunto alla fine dei suoi giorni, non ebbe neppure l’onore di un funerale degno di questo nome. Quando fu trovato agonizzante per le strade di Baltimora, l’autore del “Pozzo e il Pendolo” indossava dei vestiti non suoi, era in evidente stato confusionale e forse era rimasto vittima di un’aggressione […] Fu così, quasi alla chetichella, che se ne andò da questo mondo l’inventore dei racconti “gotici” e dei gialli moderni, l’uomo che più di ogni altro ha saputo inchiodare i lettori nelle spire delle sue trame misteriose…”  (http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=76150&sez=MONDO)
Ebbene sì: il suo secolo – per citare ancora Mallarmé – non seppe riconoscere nella “voix étrange” dell’autore di tanti racconti allucinati e terrificanti quel “trionfo della morte” che strideva troppo con l’ottimismo progressista dell’American Dream.  In Poe il sogno americano si era trasformato in un cupo incubo, popolato da pazzi e da fantasmi, che poco aveva a che fare con il genere “gotico” di stampo europeo, ma abbandonava le nebbiose memorie medievali per incarnarsi in un presente senza tempo.
Il fatto è che quelle fantasticherie, vere e proprie incursioni nel regno misterioso e cupo della mente umana, contrastavano troppo con la visione entusiasta e spensierata di una civiltà che stava sempre più affermandosi grazie alla scienza ed alla tecnica, cioè alla smisurata fiducia nelle proprie capacità di trasformare e sottomettere il mondo. Basta scorrere alcuni titoli delle narrazioni di Poe per rendersi conto che il suo mondo era ben altro, seppur venato di un umorismo sottile e disincantato, proprio della tradizione anglosassone. Che cosa ci fanno “ombre”, “diavoli nella torre”, “maschere della Morte Rossa”, “gatti neri” e simili inquietanti presenze dentro il multicolore sogno americano? I suoi racconti evocano “appuntamenti mortali”, “gatti neri”, “crolli di case”, “seppellimenti prematuri”, “casse oblunghe” e ci trascinano in un mondo dove la logica, il buon senso comune e la pretenziosa razionalità di un mondo proiettato verso il futuro si smarriscono nello sgomento che nasce dal trovarsi a varcare la soglia dell’ignoto e dell’inspiegabile…
Ecco perché quel mondo oscuro - profondo come un pozzo e terrificante come un mortale “pendolo” che sta per abbattersi sulle nostre certezze illuministe – andava archiviato rapidamente.
Il trionfalismo nazionalista ed il razionalismo privo di aperture all’immaginazione non si addicevano ad una personalità ribelle, anticonformista e ‘maledettamente’ solitaria come quella di Poe. I suoi racconti, quindi, costituivano un’evidente opposizione al clima di pionieristico ottimismo che impregnava la sua epoca, ma che non ha mai smesso di esaltare chi continua a proporre la “American way of life” come se fosse l’unica strada che conduce al “pursuit of happiness”.
Eppure, 160 anni dopo, gli stessi statunitensi si sono decisi a tributare ad uno dei loro più grandi scrittori l’omaggio che non seppero accordargli alla sua morte, organizzando una solenne cerimonia funebre in quella Baltimora che ne custodisce il corpo. Si dice che oggi alle 11,30 nella cassa mortuaria ne sarà esposto un simulacro, realizzato con dubbio gusto neo-gotico da un artista locale… Ma se Poe, come il protagonista del suo racconto “Perdita di fiato” (Loss of Breath – 1835), potesse davvero affacciarsi dalla sua tomba, probabilmente commenterebbe col suo sense of humour: “ Il verso di Marston ‘La morte è una buona compagnia e tiene casa aperta’ mi sembra in questo momento una bugia bella e buona” …

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anniversari, letteratura, poe

domenica, 04 ottobre 2009
“COS’’E PAZZE !â€

 
180px-Bronze-Uranius_Antoninus-Elagabal_stone-SGI_4414L’amico e compagno di battaglie ecologiste Enzo Delehaye mi ha voluto affettuosamente lanciare una “sfida”. Dopo aver ricordato – bontà sua – un mio vecchio contributo alla ricerca sulla difesa popolare nonviolenta in Italia (di cui temo ben pochi, oltre lui, sono a conoscenza…) mi provoca amabilmente a far tesoro di un suo interessante quanto curioso contributo, per lanciarmi in un’altra indagine dello stesso genere.
Non si tratta, in questo caso, delle gloriose “Quattro Giornate di Napoli”, che ho ricordato recentemente anche sul mio blog ed alle quali avevo dedicato il saggio cui si fa riferimento, documentando tale episodio come esempio clamoroso e vincente di difesa alternativa, di popolo e largamente affidata a metodi di lotta non armata (Ermes Ferraro 1993: (a) "La resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e popolare", in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile nonviolenta (pp.89-95), Bologna: FuoriTHEMA (b) "Le trenta giornate di Napoli", in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile (Quaderno n.1).
L’amico Delehaye mi spinge su un terreno molto più remoto nel tempo e nello spazio, quello cioè dell’invasione romana dell’Impero Seleucide e dell’occupazione di Emesa (l’attuale città siriana di Homs [in arabo.: Hims] da parte delle truppe romane guidate da Pompeo nel 64 a.C. Il testo che egli mi segnala – ripreso peraltro con poche differenze da altre fonti sul web – è tratto da Wikipedia e narra che: "I cittadini di Homs sono i soggetti preferiti delle barzellette siriane (un po' come succede per i Carabinieri in Italia) e spesso irrisi per mostrare una vena di pazzia, tanto da generare una festa che si svolge ogni mercoledì: la cosiddetta Festa dei Pazzi ( <<‘Īd al-majÄnÄ«n>> o <<eid el majaneen>>). La fama della pazzia dei cittadini di Homs affonderebbe le sue radici nell'epoca in cui i Romani decisero di conquistare questa bella città, che si trova vicino a Palmira. Quando gli abitanti seppero dell'avvicinarsi dei conquistatori, il piccolo consiglio cittadino avrebbe escogitato una soluzione abbastanza curiosa. Furono emanati proclami con cui si invitavano i residenti a comportarsi come pazzi, allo scopo di far sentire a disagio gli aspiranti occupanti. Alcune direttive suggerivano di mangiare a bocca piena, defecare nei magazzini di cibo (per disgustare le truppe e evitare che sequestrassero loro il cibo), ballare, toccare i genitali degli stranieri, fare scherzi. Il resto veniva lasciato all'immaginazione degli abitanti. Questi apprezzarono l'idea e agirono seguendo i suggerimenti, e quando i conquistatori giunsero in città, tutti i residenti si comportarono da pazzi, mettendo in piedi uno spettacolo che disgustò le forze sopraggiungenti e ritardò l'assedio della città. Gli effetti comunque non furono a favore della cittadinanza, poiché i romani governarono in seguito la città per decenni."
Il buon Enzo mi “sfida a questa follia, certo che (sono) così folle non solo da accettarla, ma da portarla a termine” e io non posso che ringraziarlo per la simpatica patente che mi conferisce. In effetti, non è che io mi ritenga particolarmente “folle”, ma non posso negare che quando quasi tutti intorno a te – a vari livelli e su questioni diverse - si comportano da matti scriteriati ed incoscienti, dire qualcosa di minimamente sensato e coerente ed andare contro corrente forse è proprio una pazzia! D’altra parte, per citare Erasmo: “…Dio ha ritenuto opportuno salvare il mondo per mezzo della follia, poiché esso non poteva venire redento per messo della sapienza...” (Erasmo da R. (http://it.wikisource.org/wiki/Elogio_della_Follia/Elogio_della_Follia).
Venendo al punto, penso di non essere abbastanza preparato in storia romana - e comunque, di avere a disposizione ben poche fonti documentarie - per affrontare una vera e propria ricerca su questo pur  “intrigante” episodio di resistenza assai poco…convenzionale all’occupazione straniera. Quel che è certo è che sono state scritte molte pagine sull’inventiva spontanea e creativa di popolazioni che dovevano respingere su un terreno diverso – non certamente militare, sia per scelta sia per opportunità – pesanti dittature e feroci occupazioni straniere. Lo stesso Antonino Drago, nel suo ottimo saggio sulla “Difesa popolare nonviolenta” (pp.60-65), si è soffermato sui precedenti storici della D.P.N., insistendo anche sull’inventiva di certe forme di opposizione, che scaturiscono solo che non ci si lasci prendere dalla pigrizia mentale di chi accetta la violenza come unica possibilità e non si mette neanche ad esplorare le alternative possibili.
Ebbene, in questo caso abbiamo un oggettivo precedente di una resistenza da parte dei cittadini di Homs i quali, più che lanciarsi in un’improbabile e perdente lotta armata contro l’esercito romano, provano a scansarne l’occupazione manu militari fingendosi pazzi e comportandosi da tali.
Non sappiamo quanto di vero ci sia in questa vicenda, ma è abbastanza sicuro che per diventare addirittura la fonte da cui è scaturita una tradizione popolare tuttora viva e vegeta (la citata “festa dei pazzi”) , qualcosa di simile deve pur essere accaduto.
Se esaminiamo il breve racconto, i verbi-chiave che ne emergono: (1) far sentire a disagio gli aspiranti occupanti ; (2) disgustare le forze sopraggiungenti; (3) ritardarne l’occupazione. I singolari espedienti escogitati dalla gente di Emesa/Homs, infatti, puntano a sconcertare, disturbare e ridicolizzare gli invasori, mandando “l’immaginazione al potere”, come si diceva una volta, allo scopo di spiazzarne la bellicosa sicumera. E’ proprio quello che le tecniche di D.P.N. prevedono, in quanto le pratiche di sabotaggio, boicottaggio, non-collaborazione, “distrazione” e messa in crisi della sicurezza dell’avversario hanno in comune il ricorso alla forza di menti creative contro la brutalità di chi confida solo nelle sue forze…armate.
In particolare, gli Emesani decisero di puntare la loro guerra psicologica sul terreno del fastidio-ribrezzo, mirando a “schifare” i Romani con atti decisamente provocatori ma, al tempo stesso, sconcertanti e “spiazzanti” in quanto non apertamente aggressivi. 
Purtroppo per loro, l’espediente ritardò soltanto la conquista romana, che peraltro si prolungò per sette secoli. Pompeo - come ci racconta disinvoltamente l’amico-nemico Cesare nel III libro del De Bello Civili – ebbe il tempo di preparare la sua “campagna asiatica” “…senza azioni di disturbo da parte del nemico” e di portarla avanti grazie alla grande flotta che aveva raccolto e che, dopo la sua conquista di quei territori, gli consentì di “ [riscuotere] le grandi somme imposte in Asia e in Siria a tutti i re, dinasti e tetrarchi […] e si era fatto inoltre versare le grandi somme che le compagnie di pubblicani avevano esatto nelle province che egli occupava”.
A questo punto vale la pena di fare tre considerazioni:
1.      Sebbene fare “cos’’e pazze” non servì ai Siriani di Emesa per evitare la pesante ed onerosa dominazione romana, sembra proprio che riuscì ad intaccare, sia pure per breve tempo, la granitica arroganza militare dei Romani, grazie allo sberleffo creativo ed alla resistenza spontanea e disarmata dei suoi cittadini.
2.      La compattezza con la quale essi risposero all’appello del loro consiglio cittadino, poi, appare un’ulteriore dimostrazione che non si trattò di un episodio insignificante e limitato, bensì di una scelta tattica ben precisa ed organizzata.
3.      Il ricorso al “corpo” ed alla sua sconcertante carica provocatoria (mangiare in modo disgustoso, defecare dove sono custoditi i viveri, toccare provocatoriamente i genitali degli stranieri e compiere altri “scherzi” di tal natura…) mi sembra infine una sorta d’allegoria della difesa senza armi, per così dire “a mani nude”, in quanto oppone la fisicità (e al tempo stesso la fragilità) del corpo dell’aggredito alla forza “armata”dell’aggressore.
Non so se riuscirò mai ad approfondire la ricerca su questa singolare e significativa vicenda di 21 secoli fa, ma ringrazio l’amico Enzo Delehaye per avermi dato la possibilità di riflettervi e di condividere con altri amici queste mie brevi e provvisorie considerazioni.
 

Postato da: Ermes02 a 10:57 | link | commenti
difesa nonviolenta, resistenza non armata, emasa